Maria S . PALIERI *. Intervista a Walter Siti (“Resistere non serve a niente”, Premio Strega)

 

 

 

Walter Siti, con “Resistere non serve a niente” ha vinto nei giorni scorsi il Premio Strega 2013

Da L’Unità dello scorso 6 luglio proponiamo (se vi fosse sfuggita) l’incalzante intervista di Maria Serena Palieri*, che ringraziamo

 

WALTER SITI  “KAFKA DICEVA CHE LA LETTERATURA E’ IL SALARIO DEL DEMONIO….”

Disincantato, finzione, autobiografia  nel suo ultimo volume, da una prosospettiva lucidamente omosessuale

 

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Il romanzo che giovedì sera al Ninfeo di Villa Giulia ha fatto razzia di voti, il premio Strega 2013, racconta la storia di un uomo giovane e incommensurabilmente ricco che, quando si spoglia, sembra «un animale di peluche mal ricucito»: è Tommaso, borgataro figlio di un detenuto, genio matematico che la cosca del padre ha deciso di trasformare in un gangster finanziario, mandandolo alla Luiss e dandogli una presenza fisica socialmente accettabile col tagliargli via, con operazioni che hanno lasciato immense cicatrici, 60 chili di troppo. Con quell’Io nuovo Tommaso opera ora in un mondo di lussi mirabolanti e crimini orribili, trasformando soldi sporchi in soldi puliti. E, entrato in contatto con uno scrittore di nome Walter Siti decide di consegnargli la sua storia. Walter Siti, 66 anni, modenese, docente universitario in pensione, esegeta di Pasolini (ne ha curato i Meridiani), autore di sette romanzi, compreso questo, in cui la componente omosessuale è esplicita e strutturale è, ora, il nostro interlocutore.

Il titolo del suo romanzo, «Resistere non serve a niente», deriva da un commento che il protagonista, Tommaso, fa a proposito dell’ossessione sessuale del personaggio che nel libro si chiama Walter Siti. La parola «resistere» in Italia da un decennio ha un’altra eco, rimanda alla linea del Piave evocata da Saverio Borrelli. Scegliendo il titolo ci pensava?
«La frase di Borrelli mi è venuta in mente e ho provato a leggerla contropelo. Esattamente come nelle prime pagine del libro, durante una scena di garrotamento, c’è la battuta atroce con cui uno di questi delinquenti prende in giro l’implorazione di quella ragazza siciliana, la vedova Schifani, ai funerali di Falcone. È come se in questo mondo alcune parole del bene venissero diabolicamente cambiate di senso. Dunque “resistere non serve a niente” è un specie di ripresa sarcastica di quella frase così significativa. Diceva Kafka che la letteratura è il salario per il servizio al demonio: interpreta in nero cose che la vita ci presenta in chiaro».

In nota al romanzo ringrazia alcuni magistrati, giornalisti e finanzieri per l’aiuto che le hanno prestato. Quanta realtà c’è, in questo suo romanzo iper-reale?
«C’è stato un lavoro di documentazione per la terminologia finanziaria. E ho letto tutto ciò che si poteva sulla criminalità organizzata. Ciò che cercavo era capire come parlano. Però contatti diretti si potevano avere solo coi pentiti e loro, di quel mondo, ti danno una versione ormai edulcorata, moralistica. Il criminale che è tale non parla con te. E dunque ho provato a supplire. Nel mio lavoro non riesco a limitarmi a vedere le cose da fuori, devo entrare nelle anime e nelle menti dei personaggi. Capire l’effetto che fa il male, cosa ci sia di attraente in esso, è importante per imparare a combatterlo. Se il male non avesse un lato attraente chi lo praticherebbe?».

Quanto ai fatti, in che percentuale sono copie dal vero? È vero il nesso criminale tra mafia e alta finanza?
«Ho puntato alla distinzione tra lo storico e il romanziere di cui parlava, mi sembra, già Aristotele. Lo storico racconta le cose accadute, il romanziere quelle che potrebbero accadere. Non so davvero se c’è un legame tra mafie e finanza dei derivati. Ma suppongo che vista l’enorme quantità di liquidità in mano alla malavita, e vista l’oscurità in cui essa si muove, il legame possa esserci».

Parliamo del Walter Siti che – sia quello reale, sia un avatar – troneggia nei suoi romanzi. Prima mi levi una curiosità: quanto di lei c’è in realtà nell’altro personaggio del romanzo, Tommaso?
«Forse sono più Tommaso che W.S., anche perché Walter Siti nel romanzo parla poco di sé. Mentre la bulimia di cui ha sofferto Tommaso la conosco personalmente. E quel desiderio che lui prova per Gabriella, la donna disposta a concedersi per soldi, girato di senso l’ho provato nella mia vita. Certe frasi di Gabriella le ho dovute subire personalmente».

Si è fatto un’idea del perché sia un suo tratto stilistico questo «Io» che trasloca nelle sue narrazioni?
«So solo che non riesco a fare la parte del narratore onnisciente. Ovvero quel narratore come Balzac cui nessuno chiede perché sappia la storia di Eugénie Grandet… Forse devo inocularmi la malattia per capirla e avere un legame di complicità coi miei personaggi. Un narratore ha sempre una complicità con loro, io però la metto in scena».

Autobiografismo, diari di sventure e malattie, discesa diretta dello scrittore sulla pagina sono fenomeni ricorrenti in queste stagioni letterarie. In cinquina tre romanzi, il suo e quelli di Perissinotto e Sparaco, riportavano a questo clima. Da critico letterario sa spiegarsi il perché?
«L’individuo è sempre meno sicuro di se stesso. Ci si costruisce un’individualità a pezzi, assemblando componenti più o meno glamour. L’individuo forte non c’è più: non c’è più il Padrone, ci sono sigle. E allora questa insicurezza individuale, in letteratura, al contrario, produce il bisogno di dire “Io ci sono, io c’ero”.»

Che rapporto c’è tra la rubrica di critica televisiva che tiene sulla «Stampa» e il mondo televisivo che troneggia in questo romanzo, come altrove nella sua opera?
«È la rubrica che è una filiazione, mi è stata proposta dopo Troppi paradisi, romanzo che, nello scriverlo, mi fece scoprire quanti ircocervi, creature tra realtà e finzione, vengono creati dalla televisione».

Viene definito scrittore post-moderno. Le piace la definizione?
«Quando ho cominciato a scrivere nel 1982 ancora era una definizione poco usata, non inflazionata. Oggi mi sembra sorpassata e in fondo non vera. Siamo all’ultimo capitolo della modernità, piuttosto».

Nel Meridiano Pasolini da lei curato appare lo scritto con cui PPP nel 1968 annunciava che, arrivato in cinquina allo Strega con «Teorema», rinunciava all’ultima tenzone. Denunciando le manovre dell’industria e la fine della libertà culturale. Nel partecipare al premio Strega quel giudizio l’ha avuto in mente?
«Da questo punto di vista sono piuttosto ingenuo. Pasolini vivendo a Roma era consapevole di ciò che succedeva. Io ho spesso partecipato a premi letterari, ma sono stato scartato sempre perché troppo impegnato, o scomodo, o scabroso… Stavolta ho pensato: “Arrivato a 66 anni, ho poco da perdere. Se va bene, bene, se va male tutto resta uguale”».

All’indomani della vittoria come si sente?
«Ieri sera mi sentivo un cavatappi travestito da ballerina. Avevo quei flash in faccia e mi chiedevo “Ma perché mi fotografano?” Stamattina sono finalmente meno frastornato e, quindi, riesco a essere contento»

Autore: admin

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