Franco LA MAGNA – Cinema, recensioni brevi (“Salvo”, “Dino e la macchina del tempo”)

 

 

Cinema    Recensiini brevI

 

DUE FILM RECENTI

Locandina Salvo

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Salvo (2013) di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia.


Un incipit “tradizionale”, da cui non sembra emergere alcuna innovazione al genere mafiologico:  maldestro agguato fallito ad uno spietato killer professionista della mafia che ammazza gli attentatori, ne insegue uno e raggiuntolo dopo una breve corsa gli strappa il nome del mandante sotto minaccia di morte, per poi ucciderlo freddamente. Seguono, con macchina a mano, lunghissimi e avvolgenti piani sequenza del sicario penetrato di soppiatto in casa del mandante, dove s’aggira con l’agilità e la leggerezza di un gatto per le stanze vuote e dove scopre una ragazza cieca, che sembra avvertirne la presenza. Ed è qui che “Salvo” (2013) dei palermitani Antonio Piazza e Fabio Grassadonia (registi-sceneggiatori, già autori nel 2009 del cortometraggio “Rita”), Gran Premio della sezione “Semaine de la critique a Cannes” e “Premio della Rivelazione”, rompe linguisticamente con il genere, rallentando l’azione fin quasi all’esasperazione, mentre il regolamento di conti con il mandante, fratello della ragazza cieca (che, nel frattempo, rientrato in casa viene ucciso dal killer) avviene tutto in una anomala “soggettiva” fuori campo: la ragazza “ascolta” impotente l’assassinio del fratello, per essere poi a sua volta immobilizzta ed imprigionata.

Costruito in massima parte sulla “mostrazione”, restituendo quindi all’essenzialità del linguaggio cinematografico una dignità spesso mortificata da sceneggiature inutilmente ridondanti (i dialoghi, soprattutto nella prima parte, sono ridotti all’essenziale), “Salvo” capovolge la comune convinzione dell’irredimibilità del criminale (probabilmente il moltiplicarsi del fenomeno dei cosiddetti  “pentiti” ha influito sulla scelta dei due registi), che – innamorandosi della ragazza  e per la quale alla fine sacrificherà la sua vita – in qualche modo si affranca dalla sua infame esistenza di assassino di professione.                                                                                      C’è da chiedersi se come “Accattone” di Pasolini (e molte altre opere), anche “Salvo” non sia indirettamente ispirato ad un episodio dantesco (per quanto il pentimento in extremis è ormai quasi uno stereotipo di cui è impossibile stabilire la primogenitura): quello del celeberrimo episodio di Bonconte da Montefeltro che in punto di morte, per aver invocato il nome della Vergine Maria, Dante sottrae alla dannazione eterna. Sintesi così sbalorditiva del film da instillare il sospetto che la stessa clemenza dantesca, qui però resa “laicamente”, sia stata adottata dal tandem dei registi siciliani per il killer Salvo Mancuso:   (Dante, Purgatorio, Canto V).

Riprese esterne (soprattutto nell’ultima parte) chiaramente riconducibili ai western di Sergio Leone, ma i due palermitani si dichiarano (non a torto) fan di Jean Pierre Melville. La sovraccarica e stereotipata recitazione del boss e quella sprecata del personaggio dimesso di Lo Cascio (affascinato e terrorizzato dal sicario) è compensata dalle ottime performance del palestinese Saleh Bakri e della debuttante Sara Serraiocco (vera rivelazione del film) capaci di esaltare una potente e intensa espressività corporale, giusto pendant della scarnificata e nitida sceneggiatura. Il film, costato un milione di euro e cinque anni di faticosa gestazione, ha trovato in Italia estreme difficoltà distributive.  Suggestiva come sempre la fotografia “noir” di Daniele Ciprì, con improvvise, sorprendenti ed abbaglianti aperture esterne e un altrettanto inatteso primissimo piano della cieca.      Straordinariamente realistica la scenografia di Marco Dentici.     Coproduzione italo-francese ( o come amano dire i registi “siculo-francese”).   Interpreti: Salen Bakri, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio, Giuditta Perriera, Mario Pupella.

 

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Dino e la macchina del tempo (2013) di Yoon-suk Choi e Johm Kafka.


Usa e Corea del Sud insieme per un cartone che riassume eterni stereotipi narrativi, onusto tra l’altro di citazioni cinefile. Il fascino eterno della macchina del tempo colpisce ancora. A farne le spese (si fa per dire vista la straordinaria avventura) sono tre ragazzini piombati nella preistoria, dove vengono adottati nientemeno che da “una” gigantesca T-Rex, rigorosamente rosa e dolcemente “umanizzata”. Dopo la prammatica, rocambolesca, sconfitta degli orribili cattivi da bestiario (relegati in un mondo tenebroso) e il commovente commiato dall’affettuosa T-Rex (alla quale però viene restituito il piccolo, finito per scambio nel XXI secolo) il terzetto tornerà nel mondo contemporaneo, aiutati dal solito scienziato pazzo inventore della macchina e padre di uno dei bimbi. Cartone divertente, ma senza speciali meriti.

Autore: admin

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