Franco LA MAGNA- Con poca cavalleria (Mascagni e Verga sullo schermo)



La moviola del tempo


CON SCARSA  CAVALLERIA

Mascagni e Verga sullo schermo


Per quanto dominato dall’enfasi del vincente dannunzianesimo, il cinema italiano partorisce negli anni ’10 le sue più sanguigne creature e lo fa, paradossalmente, attraverso lo scrittore – almeno all’inizio – meno attratto dal cinema: Giovanni Verga. Avvezzo all’uso della scrittura Verga detestava il muto, didascalie comprese. Non ne comprendeva e probabilmente ne snobbò (ma solo in principio) il rapido evolversi linguistico, ma già 1913 sarà uno dei primissimi scrittori ad adottare il termine sceneggiatura, precedendo di due anni lo stesso Ministero degli Interni. Attratto, però, dalla panica d’un insperato guadagno e dalla possibilità di accrescere la sua fama, il  padre del verismo si accosta comunque al cinema accentando l’offerta di cedere ai francesi i diritti di  Cavalleria rusticana  (tradotta, nella versione teatrale, dagli amici Darsene Dembowska e Solanges e già nota al pubblico parigino) che intendono ricavarne una versione filmica.

Siamo nel lontano 1909 e concluso l’affare, Victorin Jasset (o secondo altri storici Emile Chautard o ancora Raymond Agnel) gira per l’ Association des comedeurs et autres dramatiques , diretta dal vecchio attore del “Thèàtre Odéon” Emile Chautard,  Chavalerie rustique (1910), opera annunciata con chiare ambizioni autoriali. Ma il film disgusta talmente il Catanese da indurlo a scrivere  sdegnato alla sua amante Dina Di Sordevolo una lettera (datata 17 gennaio 1912), in cui lamenta che i francesi “… ne fecero una rappresentazione che io non arrivavo a capire quando andai per curiosità a vederla”. Un altezzoso disprezzo che tuttavia svapora rapidamente nell’espace d’un matin. Nel 1916, infatti, la novella pubblicata nel 1884 e poi da lui stesso sceneggiata – che ne riscatta prontamente i diritti dalla francese ACAD e ne cede l’uso alla società Tespi di Roma – diventa un film. Ma – con perfetto tempismo e sospetta onestà concorrenziale – di  Cavalleria  appare contestualmente un’altra versione, anch’essa come la prima assimilabile alla flebile corrente realistica subissata dai residui degli  orrori romantici  e dai reboanti kolossal impastati di fasti e miti dell’antica Roma caput mundi.

La prima trasposizione, quella della Tespi, porta la firma del regista-drammaturgo e critico teatrale romano Ugo Falena – ex direttore generale della Film d’Arte Italiana emanazione della francese – ed è girata nel capoluogo etneo  unica riduzione cinematografica autorizzata dall’illustre Autore che presiede alla messa in scena . Negli insoliti panni di press-agent di Verga si ritrova nientemeno Federico De Roberto, l’ autore de  I Vicerè  a cui Falena si rivolge per aver notizie circa i diritti d’autore. Dapprincipio dunque fieramente ostile alla  settima arte, ma poi allettato dalla succulenta prospettiva dei facili profitti, Verga non impiega molto a “convertirsi” trasformandosi in riduttore, rifacitore e infine addirittura produttore cinematografico delle proprie fatiche letterarie. L’opera di Falena risulta però piuttosto statica e piatta, come del resto tutta la pur decorosa produzione del regista romano, appesantita da una recitazione teatrale frontale ad inquadratura fissa e inesistenti movimenti di macchina, quando già l’evoluzione del cinema italiano aveva raggiunto livelli linguistici superiori.

L’altro adattamento, di Ubaldo Maria Del Colle – attore e regista romano di cinema e teatro – prodotto dalla Flegrea Film di Napoli è tratto invece dall’opera lirica di Mascagni pubblicata da Sonzogno, da cui Del Colle aveva acquistato i diritti, qui considerata vera e propria fonte e girata nel napoletano. Forte del nome del compositore la Flegrea diffida  pertanto tutti i cinematografari, cinema-teatri, ecc…dal proiettare qualsiasi altra film “Cavalleria rusticana” accompagnandola con la musica del maestro Mascagni  Poco cavallerescamente ma molto fragorosamente, finite a duellare a colpi di carta bollata e biliosi avvocati nelle aule giudiziarie, le due  Cavallerie scatenano un vero e proprio scontro all’ultimo…bollo, simile a quello dei due compari di coltello Alfio e Turiddu, rabbiosi rivali in amore.

La controversia si protrae stancamente per qualche tempo, trascinandosi tra aule di tribunale e disquisizioni giuridiche sul diritto d’autore, finché viene finalmente sedata da un  salomonico  giudizio finale: a Verga, vengono riconosciuti i diritti esclusivi sul soggetto, ma è condannato per inadempienza verso la Tespi; la concessione della Sonzogno alla Flegrea è dichiarata abusiva e il maestro Mascagni subisce anch’egli una condanna per aver aggravato le spese di giudizio . Una tipica conclusione all’italiana, che scontenta equamente tutti.

Dei due film quello di Del Colle, pur con molte riserve, convince di più la critica, probabilmente perché opportunamente  sonorizzato  sfrutta emotivamente l’irruenza e la dolcezza della musica del maestro di Cerignola. Un vantaggio non indifferente. Particolarmente seducenti appaiono alcune soluzioni linguistiche, per quel tempo rivoluzionarie. Il ruvido cliché del rusticano ricorso ai coltelli, se non proprio annullato, è mitigato dallo stile con cui è mostrato il duello tra Alfio e Turiddu dei quali si inquadrano solo le ombre, da cui si capisce quanti debiti abbiano contratto i registi del sonoro con il cinema muto.

Un valore aggiunto (e che valore!) è quindi attribuito alle musiche di Pietro Mascagni, strapagato dalla Flegrea, fino ad allora oscuro direttore della banda municipale di Cerignola, divenuto famoso e onorato proprio per aver composto in appena due mesi, a seguito d’un provvidenziale concorso bandito nel 1889 dall’editore Sonzogno, l’opera in un atto  Cavalleria rusticana  rappresentata l’anno successivo al Teatro Costanzi di Roma.

Autore: admin

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