Francesco NICOLOSI FAZIO- Sicilia di carta (“La concessione del telefono” di Camilleri allo Stabile di Catania)


Il mestiere del critico


SICILIA DI CARTA

Andrea Camilleri

La concessione del telefono.

Dal romanzo di Andrea Camilleri. Testo Teatrale Andrea Camilleri e Giuseppe Di Pasquale.

Regia: Giuseppe Di Pasquale.Scene: Antonio Fiorentino. Costumi: Angela Gallaro.

Con: Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina, Guja Jelo, Miko Magistro, Marcello Perracchio,  Gian Paolo Poddighe, Angelo Tosto, Fulvio D’angelo, Sergio Seminara, Giampaolo Romania, Cosimo Coltraro, Raniela Ragonese, Liliana Lo Furno . Teatro Stabile di Catania

****

Come un Kolossal teatrale. Riuscire nell’impossibile: ridurre un romanzo complesso e variegato in una opera teatrale perfettamente funzionale. Il tutto nella splendida cornice del rinascimentale cortile Platamone. Anche se siamo alla seconda messa in scena, l’evento culturale ci sorprende, sempre positivamente. Per i pochi che non la conoscono, accenniamo alla intrigata trama.

Volendo ottenere la concessione del titolo, il Genuardi sollecita per lettera il Prefetto, commettendo un banale e gravissimo errore sul cognome prefettizio, con ovvie deviazioni falloidi. La mente folle e perversa del grande burocrate fa mettere il Genuardi nel mirino della “giustizia”. Per ottenere il telefono il protagonista si confronta comunque con l’intero bestiario di Vigata tra cui svettano il mafioso Longhitano, con spalla Gegè, ed i parenti stretti: moglie vogliosa, suocero accomodante e nuova suocera piacente. Tutti i rapporti sono fondati su una infinità di carte e missive. Ottenuta la concessione, la prima telefonata alla suocera/amante si conclude tragicamente. I carabinieri inscenano un attentato per favorire il Prefetto demente, che viene ovviamente promosso, anche perché parla sempre in linguaggio “cifrato”.

Lo spettacolo è una poderosa macchina di carta, come la scena, sommersa da enormi faldoni e come i bei costumi che ricordano le confezioni regalo di anni passati, colorate, sbiadite e splendidamente improponibili. Ventidue personaggi che ruotano nel vento della vicenda come fogli di carta o girandole indecise. Spesso tutti cambiano opinione e decisioni all’istante, fidando in un innato doppiogiochismo, che incasina ancor di più la vicenda.

Impossibile non evidenziare l’attualità politica della piece, sintetizzata nella battuta: “Tre quarti di siciliani sono stretti tra stato e mafia!” Una sorta di eterno gioco di “guardie e ladri”, forse pieno di ben oleate porte girevoli. In ogni caso è quasi impossibile conoscere la verità, soprattutto ricercando tra le “carte” scritte. Giornali compresi. Il finale tragico, con il trionfo della follia e della menzogna, lascia un positivo amaro in bocca, che meglio si coglie dopo le tantissime risate.

La accorta regia di Giuseppe Di Pasquale, simbioticamente unito da amicizia con il nostro massimo scrittore contemporaneo, riesce ad amalgamare una compagnia di veri “mostri sacri” del teatro italiano, che si spalleggiano con unitario giovanile entusiasmo, portando avanti, con naturalezza, una vicenda astutamente asimmetrica, che induce nello spettatore un benevolo stordimento, perchè poco può giovarsi del filo della trama, come Genuardi di quello del telefono.

Anche se intrisi da evidente partigianeria, parliamo degli attori. Sontuosa e commovente, con lacrime di risate e d’affetto, la magnifica coppia Musumeci Pattavina. Abbiamo solo ascoltato il sublime duetto tra Tuccio/Longhitano e Pippo, di cui non ho posso ricordare quale dei ben sette personaggi interpretasse in quel momento, non vedevo bene stante il velo agli occhi. Pause, tormentoni, improvvisazioni presunte, tempi esatti, gomiti tondi e “movimenti” da seduti e in piedi. Una antologia del mestiere di teatrante che, complice la fresca serata stellata, tanti brividi porta ai fortunati presenti. Splendida l’esilarante Guja Jelo, trasudante sano ancestrale erotismo. Angelo Tosto, anello evolutivo di congiunzione, tra i “grandi” ed il teatro moderno. Marcello Perracchio perfetto “massaro”, nel feudo che fu di Turi Ferro. Miko Magistro il garbo della ragione, se pur sconfitta. Cosimo Coltraro, esatto brutale emergente, sia nel ruolo mafioso che nel mondo dello spettacolo. Enigmatico e surreale Gian Paolo Poddighe, la demenza del potere. Tutti magnifici esempi di professione e sentimento.

Angelo Tosto ci suggeriva una similitudine: come nel film “Brazil” basta variare una lettera che si compie il paradosso. Nel teatro e nella vita.

Autore: admin

Condividi