Francesco TOZZA- La vertigine del corpo danzante (un bilancio del Napoli Teatro Festival 2013)



NapoliTeatroFestival 2013


LA VERTIGINE DEL CORPO DANZANTE

Il logo del Napoli Teatro Festival Italia 2013


Che riempie palcoscenici sempre più vuoti- Bilanci, riflessioni,spettacoli conclusivi


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Mandate via quel signore! Mandate via quel signore!” – gridava con icastica, quasi ossessiva ripetizione uno dei personaggi chiave (la prostituta-sonnambula) in quella riproposta sui generis de La classe morta di Kantor, offerta dal regista Nanni Garella con i suoi attori-pazienti del gruppo “Arte e Salute”, in uno dei migliori spettacoli del NapoliTeatro Festival 2013: un viaggio nella memoria, in una “seduta drammatica” affascinante e misteriosa, che portava la variegata umanità del Maestro di Wielopole fra vecchi banchi di scuola, nel luogo per eccellenza del tempo perduto, in una rievocazione stanca e melanconica dell’infanzia, qui a volte addirittura lancinante, perché a tessere la trama dei ricordi, a rievocare e invocare la pienezza di una felicità forse più visionaria che effettivamente vissuta, erano persone cui essa fu negata non dallo scorrere naturale della maturazione e dell’età, ma dalla malattia, dalla sofferenza, spesso dal forzato isolamento psichiatrico. Angoscioso e inquietante al tempo stesso, così bene espresso (ma tutti, nel gruppo “Arte e Salute”, si sono rivelati magnifici attori, intaccando a loro modo il sottile distinguo fra realtà e finzione, in perfetta coerenza, del resto, con quanto faceva il grande Kantor, con la sua permanente presenza in scena, contro ogni vieto illusionismo), quel grido ci ha vivamente colpito per la sua misteriosa, reiterata insistenza: una voce amica, in vena di facili ironie (e di non meno semplicistiche metaforizzazioni!) ci sussurrava all’orecchio – magari perché aveva letto il nostro precedente articolo sulla prima parte del Festival – che il riferimento era oggettivamente (!) rivolto al direttore artistico, vista la piega, non proprio felice, presa dalla kermesse napoletana.  Ma scherzi a parte, anche per chi ha mosso qualche riserva nei confronti di De Fusco (a causa della regia dello spettacolo da lui qui firmato e di alcune sue prese di posizione non troppo eleganti… nei confronti di quello che rimane un Maestro per il teatro del ’900, mentre altre se ne potrebbero muovere, sul piano delle sue scelte di fondo nel programma), il discorso è ovviamente più complesso e va oltre le pur innegabili responsabilità, inerendo piuttosto modi e forme del fare teatro oggi, nonché imprescindibili caratteri della scena italiana (e forse non solo di quella) sui quali un festival ha il merito, offrendone comunque l’occasione, di far riflettere.

E’ infatti inutile sottolineare (se non altro perché, da parte nostra, già fatto a proposito delle ultime edizioni), e fin troppo facile ripetere (anche se qui davvero repetita iuvant!), che un’offerta copiosa, eterogenea e spesso anche casuale di spettacoli, nuoce alla corretta fisionomia di un festival che così non fa altro che aggiungere merce ulteriore, magari non sempre di qualità o comunque di prima scelta (nonostante le sbandierate ‘prime nazionali’ o ‘mondiali’!), ad un mercato saturo di prodotti, ormai ampiamente e conformisticamente omogeneizzati anche (o forse soprattutto!) nell’ambito  dello spettacolo; laddove un minimo di sana lungimiranza dovrebbe consigliare meno numerose e più originali proposte (anche per permetterne una serena fruizione), con ampio ed effettivo spazio alle formazioni più recenti e/o più giovani, senza tuttavia cadere in retoriche giovanilistiche, altrettanto condizionanti, ma muovendosi con finalità più autenticamente conoscitive, se non sempre di sperimentazione e imprescindibile ricerca (il Fringe al Napoli Teatro Festival ha avuto, da questo punto di vista, per l’accavallarsi degli spettacoli soprattutto, uno spazio sostanzialmente nominale, finendo col costituire un luogo confinato, quasi una riserva di caccia per i soliti noti!); per non parlare della giusta attenzione alle zone di emarginazione sociale, dove il ‘fare teatro’ ha anche o soprattutto risvolti di emancipazione e riscatto, ma non può ridursi all’inutile offerta di una superficiale vetrina finale, in mancanza di un progetto autenticamente e in permanenza sostenuto (alludiamo allo spettacolo conclusivo del Festival, offerto dai ragazzi di Scampia – una risccrittura-rivisitazione degli Zingari di Viviani – nell’ambito del già noto e collaudato progetto Arrevuoto, che in passato ci aveva quasi entusiasmato e non solo sul piano dei risultati artistici, a questo punto i meno importanti, ma evidentemente negli ultimi tempi perseguito con minore convinzione o forse inferiore disponibilità da parte di chi lo presiede).

Il discorso – si diceva – è più complesso e va oltre il giudizio sulla congèrie di spettacoli presentati o le scelte che essi testimoniano; verte, piuttosto, sulla difficoltà stessa di lettura di quella congèrie e (senza poco probabili o non volute assoluzioni sulle responsabilità di chi sceglie) riguarda il difficile reperimento – ai nostri giorni – di un’estetica comune, che possa giustificare ragggruppamenti di esperienzre (e di spettacoli) più fondati, e quindi meno casualmente offerti. Difficile, insomma, individuare  nell’offerta – in questo, come ormai un po’ in tutti i festival – un ‘racconto’ intrapreso o da tentare fra le tante lingue artistiche, coesistenti con percorsi diversi, a volte opposti, e tuttavia riconducibili ad un un’univoca attività, per metodologie se non altro, o per condivisione generazionale. Le informazioni, gli stimoli che oggi, come mai in passato, determinano la creatività, più specificamente le presenze sui palcoscenici (o sui luoghi non più deputati), provengono da diversi  fronti, da svariati linguaggi, da più temporalità, e non si intravede il desiderio di una soluzione univoca, nel senso che la multidisciplinarietà e la altrettanto sbandierata contaminazione fanno  perdere le stesse distinzioni di «genere»: forse anche il teatro ha perso il suo «genere», per essere afferrato come dispositivo, semplice luogo d’incontro e fruizione dei linguaggi (benchè, in parte almeno, lo sia sempre stato, nella sua lunga storia).

Ma, a ben pensarci, l’affermata impossibilità del ‘racconto’ (che si tradurrà – o si è già tradotta, nel caso del teatro – anche in difficoltà storiografica), diviene comunque essa stessa un’ipotesi di racconto: narrazione sui generis di una compiaciuta, e compiacente, orfananza, nel disconoscimento dei probabili genitori (i maestri) e nell’apparente mancanza di categorie del giudizio. Più semplicemente, nel caso di questa sesta edizione del NapoliTeatroFestival appena conclusasi, l’indiscriminata e casuale varietà dell’offerta potrebbe significare rinuncia, nello specifico magari  anche condivisibile, a etichette generaliste, per ricusazione o oggettiva assenza di nuove strategie sceniche; e in questo modo, magari, anche nobilitarsi!

Linee di tendenza, però, rintracciabili al fondo delle proposte e nella fruizione del pubblico, non hanno tardato, comunque, a manifestarsi: la regressione alle drammaturgie letterarie (come tale definibile, almeno per chi, come noi, continua a pretendere dal palcoscenico qualcosa di più dell’eterna ripresentazione – o rappresentazione che dir si voglia – dei testi) dà segni ulteriori di stanchezza, almeno quando non si fa accompagnare da felici (o minimamente originali!) idee-guida, nella relativa messa in scena. Anche i pur amati (da queste parti) Eduardo e Viviani (quest’ultimo forse un po’ meno, a giudicare dalle meno numerose e comunque più tardive riproposte sui palcoscenici napoletani) hanno finito, per esempio, con il deludere i palati più fini: in Sik Sik, l’artefice magico (con Benedetto Casillo e la regia di Pierpaolo Sepe), per sottolineare l’inadeguatezza dei figli di un teatro minore, è venuta a mancare proprio la imperdibile (ma forse ormai perduta) magia di quel fare teatro, intriso di sapiente e reiterata ‘improvvisazione’, peraltro inseguendo – da parte degli interpreti, del regista e del critico al loro seguito – improbabili sogni filologici (dopo il copione del 1929, qui offerto, ci verrà propinata – a Benevento Città Spettacolo – la pretesa versione del 1979, proditoriamente registrata), mentre invece si è di fronte ad un Autore che in realtà conobbe e perseguì solo la arbitraria filologia del palcoscenico, intimamente legata a chi seppe magnificamente calcarlo (e non avrebbe – per dirne una – mai osato mandare a casa gli spettatori dopo soli 35 minuti di un suo atto unico, isolatamente ammannito); in Circo Equestre Sgueglia l’argentino Arias, nonostante il finale chapliniano, ha fatto mancare proprio il fascino discreto delle Luci del varietà, non riuscendo a equilibrare fra loro i tre registri (realismo, espressionismo, grottesco) adottati, un po’ confusamente, in una messa in scena in cui i diversi piani d’azione richiedevano un ben più calibrato dosaggio nella distribuzione delle parti, con interpreti di non differente statura e, in ogni caso, di più spiccata personalità (nella Zenobia della pur brava Monica Nappo, per dirne una, abbiamo invece ascoltato l’eco dell’indimenticabile voce di Pupella Maggio).

Molto più interessante – sempre sul fronte delle riproposte drammaturgiche – si è rivelato (nell’ambito del Fringe, la sezione – lo abbiamo già detto – che ha offerto più di una piacevole sorpresa) lo spettacolo presentato dalle tre attrici di SENZAFISSADIMORA TEATRO (ne menzioniamo, a ragione e con piacere, il nome: Patrizia Bollini, Lucia Lorè, Naike Anna Silipo). Una lettura – la loro – delle Tre sorelle, fatta (come si dice, dopo Carmelo Bene) per sottrazione, distillando il testo cechoviano alla luce di alcuni momenti fondamentali riguardanti soltanto le tre protagoniste, seguite nelle loro ansie e trepidazioni, nei loro tic nervosi, nel loro appassionato gioco con il tempo (quello della memoria ma anche quello del futuro, sperato o appena sognato); il tutto nel vortice di un’azione scenica, condotta tra modeste suppellettili in un palco quasi vuoto, suggerita da pochi ma spesso emblematici movimenti del corpo, magari dei soli piedi (come nel girotondo, ritmicamente cadenzato, che alludeva al tanto atteso arrivo degli ufficiali nella monotona vita della città di provincia).

Drammaturgia interessante (perché strappata alla pagina scritta, rielaborata per farla divenire monologo interiore, ma anche parola cantata, talora musica soave e vocalità pura) si è rivelata, ancora, quella di Desdemona, su testo della scrittrice (premio Nobel 1993) Toni Morrison, per la regia di Peter Sellars. Sul palcoscenico, in compagnia di una parte del suo gruppo, la cantante del Mali Rokia Traoré (tra le più acclamate voci dell’Africa contemporanea), nel ruolo di Barbary (la fedele balia di colore, cui si accenna appena nell’ultimo atto dell’Otello), dialogava con la voce narrante di Tina Benko, nei panni della sfortunata moglie del Moro: un dialogo reinventato in una specie di rito teatral-musicale, in definitiva un concerto di prosa e musica che metteva in luce, anziché il noto dramma della gelosia, una più complessa realtà culturale fatta di simboli, abitudini sociali, tradizioni molteplici, ma anche di nuovi contrasti e rivendicazioni evidentemente sconosciute all’opera di Shakespeare (forse meno alla fonte originale della tragedia, risalente a Giambattista Cinzio), ormai assorbite in un mondo che non parla più “il linguaggio dell’obbedienza” e può far dire alla nuova Desdemona: “Non si distrugge perché si ama”.

Ma a lasciare davvero il segno in questa sesta edizione del NapoliTeatroFestival, è stata senza dubbio la danza contemporanea. C’era il brasiliano Ismael Ivo con il suo Mishima (piuttosto ridondante, però, nella sequenza delle immagini e nella gestualità dei ballerini, con qualche caduta di tono, per esempio nella scena finale rievocante il suicidio dello scrittore giapponese, con una simbologia ingenua, quando non addirittura banale). Di ben più alto livello, almeno a nostro avviso, le Précipitations del napoletano (ma francese d’adozione) Paco Décina: in un’atmosfera estremamente rarefatta, con un accompagnamento musicale costituito essenzialmente da lancinanti percussioni, gli otto danzatori in scena disegnavano una suggestiva geometria di corpi, abilmente tesi nello sforzo di evitare una pesante sfera di metallo, probabile e minaccioso pendolo di un tempo che era insieme sfida e simbolica sferza al loro appassionato rincorrersi sulle tavole del vuoto palcoscenico.

Ugualmente bravi e, se possibile, ancor più coinvolgenti, i dodici ballerini della Vertigo Dance Company: violenza e grazia si alternavano nell’accattivante disegno coreografico di Noa Wertheim (illustre esponente della danza israeliana), liberando i corpi nella forsennata corsa sulle tavole del palcoscenico ancora una volta completamente vuoto (ormai – è forse un’involontaria metafora! – solo la danza riesce a riempirlo, quel vuoto!), con brevi pause per ciascuno sulle pareti dello stesso, per poi riprendere all’unisono movimenti, ritmi, perfino atteggiamenti del viso, magari in un abbozzo di drammaturgia, subito però abbandonato per la più consentanea astrazione del linguaggio di origine. Gli applausi, trattenuti solo dallo stupore o dal mistero di quei corpi, sfidanti continuamente la stessa gravità, esplodevano alla fine, e non sembravano voler più terminare.

Autore: admin

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