Jacopo JACOBONI* -Dorme sulla collina: Richard Matheson, scrittore

 

Richard Matheson era nato nel 1926 nel New Jersey.

 

 

Dorme sulla collina*

 

 

 

RICHARD MATHESON

 

Scrittore

 

 

George Romero scrisse che La notte dei morti viventi gli era stata ispirata da Io sono leggenda. Eppure, ora che Richard Matheson è morto nella sua casa di Los Angeles, a 87 anni, si può avanzare il dubbio che mai accostamento è stato così fuorviante. I vampiri di Matheson sono, per tantissime ragioni, all’opposto degli zombi di Romero. Così come lo erano rispetto al vampiro Dracula.

 

Qualunque cosa si pensi del valore dell’opera di Matheson, infatti, un paio di osservazioni di partenza vanno fissate per capirne l’unicità. La prima è che, appunto rispetto a Dracula, Matheson aveva avuto l’idea di invertire completamente il rapporto immaginato da Bram Stoker: non più un vampiro in un mondo popolato di uomini, ma un unico uomo rimasto in un mondo di vampiri, un’inversione così netta da rendere però il suo punto di partenza molto più vicino al senso di alienazione dell’umano, e per natura votato a un immaginario cinematografico. Non chiamatela fantascienza, come non lo fareste con Bradbury, o con Stephen King, due suoi grandi estimatori.

 

La seconda osservazione, rispetto per esempio agli zombi di Romero, la elaborò lo stesso Matheson: «Una volta incontrai per caso Romero, mi venne incontro e mi supplicò, “Ti prego, non ci ho fatto soldi!”», e parlava naturalmente del concept della Notte dei morti viventi, che così facilmente poteva richiamare il libro che ha per protagonista il dottor Robert Neville, quasi da dovergli i diritti. Eppure per Matheson il punto era un altro: «Per me i vampiri restano creature disgustose che emanano cattivo odore, e sono del tutto rivoltanti. Trasformare i vampiri femmine in creature in qualche modo sexy è totalmente assurdo». Tra l’altro, Romero sociologizzava i vampiri, ci metteva dentro una componente di rivolta razziale e anticapitalista. Impensabile, in Matheson: per lui le ossessioni erano apocalittiche punto e basta, sia pure nella forma di un’apocalisse quotidiana. Una teoria del caos, ma forse con una possibile fuga.

 

Come sempre aveva visto lungo, Matheson, quasi preconizzando la futura moda, al cinema e in tv, dello zombismo. Basti pensare alle serie tv di questi anni The Walking Dead, e meglio ancora a Dead Set. Oppure al cinema, è di questi giorni l’uscita nelle sale di World War Z, con Brad Pitt, tratto dal libro di Max Brooks sugli zombi. Dunque è abbastanza naturale che la sua opera sia stata sempre molto amata a Hollywood. Io sono leggenda aveva avuto due trasposizioni celebri, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: L’ultimo uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona e 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra, di Boris Sagal (uscito nel 1971). Film anche belli, specialmente il primo, per il quale inizialmente la produzione aveva pensato a una regia (poi sfumata) di Fritz Lang. Naturalmente noi pensiamo più immediatamente al terzo adattamento, quello del 2008 con Will Smith.

Eppure le chicche più interessanti di questa specie di Edgar Allan Poe versione pop sono altrove. La sceneggiatura di Duel, per esempio, il leggendario film girato da uno Spielberg degli esordi, in cui la lotta tra auto e autocisterna, diventa una tensione impalpabile e metafisica in cui la caratteristica del nemico – e forse del Male – è una sola: la totale invisibilità, la costante possibilità della preda di trasformarsi in cacciatore (un cardine della sua visione magica del mondo). Oppure la scrittura di diversi episodi di Star Trek, o di Ai confini della realtà, o di The Twilight Zone. Matheson era uno che sapeva divertirsi.

 

Tutti, a partire dalla figlia, lo descrivono come un uomo rimasto fino alla fine molto aperto, gentile, anche sorridente. Un borghese che, ha raccontato il suo editore italiano, Sergio Fanucci (che ha da poco pubblicato in quattro volumi Tutti i racconti ), viveva a duecento chilometri da Los Angeles in uno di quei compound dove per entrare devi superare una specie di interrogatorio con una guardia armata, e essere prenotato. Abbastanza beffardo, per uno che aveva preconizzato l’auto-segregazione dell’umano, assediato in un mondo di totale in-umanità. Un inveramento dell’opera nella vita abbastanza diverso, per esempio, dal caso di James Ballard: chi andava a bussare da lui lo avrebbe trovato in pantofole nella sua casa nel tranquillo borgo di Shepperton. Nondimeno, due fratelli.

 

C’era però un altro Matheson, da cercare fuori dallo scintillìo di Hollywood. Un visionario che immaginava una vita oltre l’apocalissi, e non aveva paura del concetto di comunità, l’unico forse in grado di preservare l’umano, oltre la leggenda (anche a rischio di esser tacciato di tentazioni neospiritualiste, e forse settarie). Il finale del film con Will Smith prevedeva una variante (poi non utilizzata) con Neville vivo. In realtà già far salvare Anna, la protagonista femminile, con il bambino, profughi in una colonia un po’ new age nel Vermont, apre le porte di un mondo molto diverso da quello pensato, per dire, da Cormac McCarthy nella Strada.

Un mondo in cui possiamo farcela, forse, solo se ci mettiamo nelle mani di una donna. (*lastampa.it)

Autore: admin

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