Sauro BORELLI- Quando la fiaba si fa mito (“Star Trek”, un film di J.J.Abrams)



Il film della settimana


QUANDO LA FIABA SI FA MITO

Locandina Star Trek - Il futuro ha inizio

 

J. J. Abrams ci riprova con “Star Trek”

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E dodici! Tanti sono i film risalenti alla vecchia serie televisiva ideata da Gene Roddenberry negli anni Sessanta. La nuova sortita, sulla base di una sceneggiatura firmata dal pool Alex Kurtzman, Roberto Orci, Damon Lindelof per la regia di J. J. Abrams (già accreditato di un precedente episodio sullo stesso tema) s’inoltra nella materia fantascientifica radicata all’astronave Interprise e ai suoi originari abitatori (il capitano Kirk, il vulcaniano Spock, l’irriducibile “nemico” Kahan) giusto nell’intento di evocare, anche con qualche andirivieni, le proto storie dei primi film di Star Trek. Cioè vicende e personaggi che, tra mostruosi marchingegni, mondi alieni e barbarici, lotte e sfracelli intergalattici, ricalcando tracce, persino emozioni e sentimenti di umanissimi conflitti prospettano, ancora e sempre, la congenita, irriducibile sfida tra il Bene e il Male. Una sorta di parafrasi, insomma, della originaria intuizione scespiriana: la vita è una favola piena di rumore e di vento raccontata da un folle.

Ancorché siano molti coloro che, suggestionati dalle mirabolanti imprese di un gruppo di astronauti tenuti insieme a metà da regole (quasi) militari, a metà da convenzionali vincoli familiari, a noi sembra che le pur allettanti situazioni cui Kirk, Spock, Kahn e i loro avveniristici comprimari non vadano oltre una narrazione scandita da eventi quantomeno improbabili e, in ispecie, da dialoghi, incontri e scontri altamente prevedibili. Be’, poi ci sono tutti i reboanti tramestii, le macchinerie turbinose, i cieli inconoscibili di mondi, realtà via via scoperti, conquistati o persi in un caravanserraglio di presunte civiltà o di sconvolgenti casi-limite. Insomma, il meglio e il peggio di tutto il  brick-à-brac della prima e più elementare fantascienza. Qui, infatti, non c’è traccia dell’eccelso Ray Bradbury, del geniale Frederic Brown, del raffinato Robert Scekhley, come si sa autori di storie e metafore ben altrimenti significative.

E’ vero, i propositi di J. J. Abrams risultano di quando in quando tesi a raccordare anche le avventure più azzardate dei loro presunti eroi ad un contesto che si rifà tanto a capitali eventi drammatici – soprattutto, ad esempio, l’epocale trauma dell’11 settembre con l’attacco criminale alle “torri gemelle” – quanto a questioni di grave impatto civile, sociale determinato da antichi, irrisolti problemi di potere, di libertà (come rivendicano esplicitamente sia il temibile ribelle Kahn, sia le indocili tribù dei Klingon). In questo Into Darkness, infatti, la traccia narrativa prende avvio proprio da una avventata spedizione dell’Enterprise in un mondo alieno in via di collasso a causa di una rovinosa eruzione vulcanica. Kirk e Spock si prodigano all’estremo per salvare i superstiti abitatori di quel luogo disgraziato. Ma Spock rimane intrappolato nel fuoco. Tutto fa pensare al peggio, ma poi il probo vulcaniano rispunta illeso.

Frattanto, sulla terra, le ambizioni egemoniche del grande ammiraglio Marcus spingono affinché il capitano Kirk, Spock e tutti i loro compagni si fiondino con l’Enterprise in caccia dello sfuggente Kahn giusto per eliminarlo una volta per sempre. C’è però l’ostacolo costituito dallo stesso Kahn, autentico genio del male dotato di un’intelligenza e di risorse preziose, che in una lotta serrata, instancabile coi suoi accaniti inseguitori, resta alla fine prigioniero. Ma per poco, poiché suo segreto proposito è portare guerra e rovina proprio sulla terra. Un’idea ossessiva presto frustrata dal momento che Kirk e tutti i suoi troveranno espedienti e volontà efficaci per vincere, in conclusione, la partita. Così, la nobile causa e i buoni sentimenti avranno il loro patetico, edificante approdo.

C’è da dire che tutta la fragorosa, rimbombante avventura tra mastodontiche astronavi e metropoli fracassate, filtrata dalla lente “realistica” del “3D” soffonde l’intiera vicenda di un effetto un po’ baracconesco che, se da un lato riafferma l’antica origine di “spettacolo circense” del cinema dall’altro smentisce in parte la pretesa di avallare con tali mezzi la metamorfosi della favola avveniristica in mitologia tutta contemporanea. In questo senso, il saggio Sören Kirkegaard è stato facile profeta quando, nel suo Concetto d’angoscia, scriveva: “Nessun tempo è stato così veloce nel costruire miti intellettuali come il nostro, che volendo distruggere tutti i miti, ne crea esso stesso di nuovi”.

Autore: admin

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