Vincenzo SANFILIPPO- G.Belli, vita, morte ed oblio (in un libro di Raffaele Aufiero)

 

Scaffale


GIOACCHINO BELLI.  VITA, MORTE ED OBLIO


“Passioni e mestieri di Giuseppe Gioacchino Belli cantore della plebe romana” di Raffaele Aufiero.  Edizione Studio12 di Isabella Peroni


Un volumetto sulla vita e le vicende poetiche di Gioacchino Belli, raggruppato  in cinque capitoli, “Un uomo, la sua storia”, “Gli amori, gli affetti, le licenze”, ”Insegnante premuroso e padre invadente”, “Il teatro”, “L’intellettuale e l’artista” , le cui linee guida annotano le vicende esistenziali tratte da tutte le biografie scritte sul poeta. Vicende, peraltro, che hanno anche l’utilità di riportarci al clima storico della Repubblica Romana del ’48.

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Se per la ricorrenza del 150°  anno della morte di G. Belli la  municipalità di Roma, città d’elezione del poeta, ha latitato e trascurato l’evento, ecco che  Raffaele Aufiero,  autore salernitano di Pagani, residente e operante da anni nella capitale, gli dedica questo omaggio: “A Roma, che mi ha avuto, ma che non ho avuto”.

Nella prefazione Aufiero tiene a precisare come nel nostro paese l’esercizio della dimenticanza sia assai praticato. E proprio a Roma non c’è stato un informato burocrate addetto alla cultura che abbia avuto l’accortezza di celebrare l’anniversario del Belli, presenza artistica che con orgoglio ha lasciato ai posteri un edificante “monumento poetico” nel dialetto romanesco,  dove giganteggia nei  sonetti che lo pongono tra i maggiori poeti del nostro  ottocento, insieme al milanese Carlo Porta. Da lui cui comprese, infatti,  la dignità artistica del dialetto e la forza satirica che il realismo popolare era capace di esprimere. E  anche il Belli  esprime nei suoi sonetti una poetica “voce di dentro”,  ricopiando il colore e le tonalità della voce degli umili, tramite il linguaggio meno colto dei rioni romaneschi, accettato nella sua totalità vernacolare e lessicale senza attenuazioni grammaticali.

Pur essendo un letterato di spicco e socio di varie accademie romane, L’Arcadia, l’Ellenica, la Tiberina ( della quale fu fondatore)  la vita privata  del Belli fu  invece improntata ad un certo conformismo; mentre invece i sonetti ( scritti negli anni 1830-1839 e 1843-1849 e pubblicati postumi) costituiscono un quadro tragico e al contempo comico, in quanto descrivono una stagnante Roma papalina, prelatizia e nobiliare, ( di cui i suoi sonetti  rammentano )  alludendo ai  vizi segreti d’una chiesa  cortigiana al di là di una apparente esemplarità. Segno di un potere temporale e secolarizzato cui la chiave di Pietro era all’epoca (così come oggi) riferimento all’impenetrabilità delle mura vaticane.

In questa pregevole raccolta di Aufiero è messa in evidenza la contrapposizione tra l’uomo, tutto preso  dai condizionamenti sociali della Repubblica Romana del  1849,  e il poeta, orientato verso un riformismo illuministico. Perciò egli temeva, attraverso il mutamento del quadro politico, trasformazioni sociali pesanti provocati da una esasperata plebe romana miserabile e incolta.

Ciò  traspare dai sonetti che ritraggono con intento documentario ( soprattutto con celato humour, evidenziando una amara disperazione di fronte all’ingiustizia) le pene quotidiane, le superstizioni, i bisogni elementari, gli sfoghi, le risse del popolo e le sue case povere, malsane e buie; ma anche gli ambienti, i riti, le figure del clero e del patriziato; e poi i tribunali, gli uffici, i monumenti, le piazze e le stagioni di Roma. Tutta un’inesplorata realtà psicologica e sociale, densa di toni da commedia dell’arte, similmente epici, patetici, sarcastici, melodrammatici.

Nel saggio di Aufiero, fra l’altro, ben risalta  la tendenza del Belli  a  registrare la realtà del suo tempo che  gli fa amare il teatro e le compagnie dei teatranti. Infatti, attraverso i suoi sonetti, li teatri de Roma,  La ballarina de Tordinone, La Carmagnola  d’Argentina, La canterina de la Valle, Li teatri de mo’, Amalia che fa da Amelia, sono documentati i teatri  romani  dell’epoca che diversificavano i loro cartelloni: Argentina ( opere e balletti), Valle ( opera buffa e commedia), Alibert ( balli in maschera), Tordinona- Apollo ( opera e tragedia), Capranica ( drammi sanguinari e farse), Pace ( commedie popolari e pulcinella), Pallacorda ( marionette), Granari ( drammi popolari). Belli era un assiduo frequentatore di questi teatri e all’Argentina aveva preso in affitto un posto in palco con un gruppo di altri amici, uomini e donne, che si definivano la Compagnia dei Guitti. Tra le sue prime opere date alle stampe, figuravano proprio tre testi teatrali “ I finti commedianti “ (1815), “ I fratelli alla prova” (1816), “ Il tutor pittore “ (1816).

Tra gli amici del Belli è da ricordare il librettista Ferretti ( autore della Cenerentola di Rossini), Verdi e Donizetti;  la soprano belliniana Malibran, di cui ammirò la suadente versatilità interpretativa e il fascino personale; l’attrice Amalia Bettini, a cui  dedicò diversi sonetti e la novella in versi “Amore infermo”; Carolina Internari,  celebre attrice di prosa, e la patriota  Adelaide Ristori,  capocomica plurilingue, stella di prima grandezza del teatro mondiale , idolatrata dal pubblico”, (ai quali) il poeta dedicò versi anche in lingua.  Per incarico del Ferretti, nel 1835 il poeta diveniva critico teatrale dello Spigolatore e recensiva ogni genere di spettacolo. Devoto a Monsignor Matteucci ( all’epoca Direttore generale di polizia e Presidente della Deputazione dei Pubblici spettacolo) il Belli tenne  questo impiego di censore con scrupolo, con zelo e competenza; ma  ossequioso com’era  rispettò gli angusti orizzonti  reazionari della Roma papalina, tanto  da vietare, tra le altre, la diffusione delle opere di Shakespeare, perché ossequioso al gusto del tempo. Per cui fu ligio alla pressione  della politica di Pio IX, il papa delle “riforme”, che legiferava  in materia di spettacolo e di ordine pubblico.

Ma è nei sonetti sul teatro di allora che il poeta si “riscatta” per  averne magistralmente tramandato il clima. Questi componimenti poetici “teatrali” hanno un carattere prevalentemente descrittivo che li pone come in parallelo alle stampe del Pinelli , illustratore di tipi e costumi pittoreschi della scena popolare, le cui immagini sono da considerarsi speculari ai sonetti del Belli.

Autore: admin

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