Franco LA MAGNA- Non ti dà retta, Roma (note su “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino)

 


Il mestiere del critico


NON TI DA’ RETTA, ROMA

Note su “La grande bellezza” un film di Paolo Sorrentino

 

Che cosa è la “grande bellezza”? Un volo mattutino di cicogne? Una passeggiata all’alba per le vie deserte di Roma? Un coro celestiale di voci femminili? Il ricordo del primo amore perduto? La fede granitica ed incrollabile in un modo ultraterreno di pace che fa percorrere in ginocchio ad una vecchia suora sdentata e malandata, in odore di santità, una ripida scalinata?L’apparizione notturna di una giraffa?

Stordita dal frastuono d’una discoteca orgiastica in una Roma da basso impero, onusta di prostitute, faccendieri e parvenu manigoldi, cardinali senza fede, scrittori falliti,  la “grande bellezza” si svela solo per fugacissimi baluginii al giornalista mondano Jep Gambardella (redivivo Marcello de “La dolce vita” felliniana, vagante in una città ancor più sfigurata, volgare e fracassona) che trastulla e “spreca” la sua intelligenza in interviste ad artisti frustrati o in vuote dispute consumate la sera in una terrazza di scoliana memoria, dove si celebra il cinismo e la fatuità.

Jep, mancata promessa della letteratura italiana dopo un esordio fulminante a vent’anni, ormai alle soglie della vecchiaia ha gettato via (come il Marcello felliniano) ogni speranza di redenzione. Le sue stesse citazioni colte e gl’indiretti rimandi del film alla letteratura alta (baluginano il malefico Malagna pirandelliano, il Celine di “Viaggio al termine della notte”,…) – miserevoli coperture d’un’incolmabile naufragio esistenziale – sembrano anch’esse nascere da un’esausta perdita di senso, dal fallimento quasi programmato per la raggiunta certezza dell’impossibilità di credere “alle magnifiche sorti e progressive”, che con se trascina la morte del sentimento e l’incapacità di amare, perfino quando la speranza si riaccende incrociando una spogliarellista in disarmo, come lui prostrata e vinta dalla vita.

E se Jep – consumato il peggiore dei tradimenti, quello di se stesso – tornerà a scrivere, lo farà  solo e soltanto per ingannarsi e irretire quella coorte ruffiana e sguaiata con la quale la sera, satollo di cocktail,  rimanda sempre la morte al giorno dopo. “Tanto – dirà alla fine – è solo e soltanto un trucco.

Sorrentino, anche soggettista e sceneggiatore –  come sempre , geometrico, formalista e qui anche sontuoso – studia fino alla perfezione ogni inquadratura e sa regalare momenti di vera magia, dipingendo un personaggio quasi surreale, elegante, sprezzante, altezzoso, scettico, apparentemente inattaccabile e vincente, in realtà ormai definitivamente esanime, legato ad un destino drammaticamente non più modificabile.

Autore: admin

Condividi