Francesco TOZZA- Castrovillari. Primavera (o incipiente autunno) dei teatri?




Il mestiere del critico


PRIMAVERA (O INCIPIENTE AUTUNNO…) DEI TEATRI

Programma Primavera dei Teatri 2013 a Castrovillari (28 maggio – 1 giugno)

 

Note in margine alla 14a edizione della Rassegna di Castrovillari sui “nuovi linguaggi” della scena contemporanea

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Sembra che un importante metereologo abbia dichiarato che quest’anno non avremo estate…! E a giudicare dall’estrema variabilità climatica, con strani ritorni di temperature rigide, registratesi negli ultimi giorni di maggio (e ancora in questi primi di giugno), potrebbe non aver torto; ovviamente tutti sperano si tratti di una previsione infondata o, comunque, di una di quelle dichiarazioni ad effetto che, nell’attuale “società dello spettacolo”, ormai non ci risparmiano neppure taluni uomini di scienza.

Sarà un caso, ma questo gioco perverso (che non va tuttavia drammatizzato!) fra le “stagioni”, qui intese come periodi diversi nella annuale produzione e distribuzione dello spettacolo, con estrema variabilità negli esiti e più di una delusione nelle aspettative di partenza, sembra avvertirsi, in un certo modo, anche nel clima teatrale, negli ultimi tempi piuttosto freddo – non solo nel tradizionale inverno del nostro scontento di spettatori (determinato dai cartelloni della programmazione ufficiale) – ma anche laddove ci si attendevano temperature quasi ideali (rassegne e festival estivi), con sorprese spesso a contrario e, per dirne una, più di un improbabile, rovinoso piovasco (da lasciare intirizziti) proveniente dai cieli azzurri di una pur consolidata pratica di sperimentazione teatrale.

Queste melanconiche riflessioni ci accompagnavano, di ritorno da Castrovillari, dopo aver assistito agli ultimi giorni della ben nota “Primavera dei Teatri”, giunta – non senza qualche intimo travaglio – alla sua XIV edizione, con un’offerta piuttosto modesta anche per palati non certo disponibili ai soli spettacoli “sicuri”, in cerca invece di proposte di segno diverso, nell’ambito del poco visto, del lasciato fuori dalle grandi strutture di quello che una volta si chiamava il teatro ufficiale; anche se va subito aggiunto che molte cose sono cambiate, rispetto ai “gloriosi” anni ’60 e ’70, per cui molti distinguo oggi, forse, hanno una minor ragion d’essere, onde quanto mai corretto, oltre che necessario, è ormai parlare di teatri al plurale, con riferimento – ovviamente – non proprio agli edifici ma alle divere tipologie del fare spettacolo.

E a proposito di un   progressivo venir meno della passata differenza, non solo sul piano delle condotte estetiche, fra sperimentazione e tradizione, lo stesso Saverio La Ruina, fondatore o comunque essenziale polo di riferimento di “Scena Verticale”, che, come si sa, organizza “Primavera dei Teatri” (attore che giudicammo, sin dalle sue prime esperienze in palcoscenico, di eccezionale talento), ebbe a dire – in un’intervista dello scorso novembre a Lorenzo Donati – “Anche da noi ci sono scambi, piccole clientele…., fenomeni che non aiutano, che non fanno bene al teatro”. Gli effetti, peraltro, si vedono già da un bel po’, a giudicare da certi spettacoli che, se non vanno stigmatizzati con rigida assolutezza, nell’ambito di una politica delle scelte che comunque privilegia – giustamente e coraggiosamente – l’ attenzione alle nuove generazioni, ai nuovi, magari indecisi percorsi di una più originale (o meno omologata) creatività, debbono tuttavia essere serenamente valutati da una critica seria, incoraggiante se mai, ma non in vena di interessati compromessi, nell’ennesimo esercizio di un potere che nulla ha da spartire con la crescita di autori e fruitori del fatto teatrale. Neoilluminismo, il nostro? Forse; da preferire, comunque, all’appiattimento sulle abitudini di un presente che desta, a dir poco, più di una perplessità.

Il discorso, spiace dirlo, cade a proposito, ormai, anche nei confronti di “Primavera dei Teatri”, la Rassegna che ha fatto di Castrovillari – lo sappiamo bene – uno dei pochi poli di riferimento al Sud dei nuovi percorsi della drammaturgia contemporanea, città laboratorio nonché vero e proprio cantiere di incontri e confronti fra artisti e linguaggi di differenti generazioni; a giudicare almeno da quel po’ che si è visto negli ultimi giorni della kermesse. Che dire, per esempio, a quell’attore, protagonista di un one man show (Simone Biggi, spezzino, della Compagnia degli Scarti), se non che il suo spettacolo, promesso come qualcosa di “straordinariamente demenziale e assolutamente esilarante”, dopo un inizio divertente con i suoi annunci simpaticamente provocatòrî, cadeva nella più sconcertante banalità, per nulla irriverente ed estrema (per carenza di un’effettiva vis comica)?

Uno scorreggiamento, fonicamente imitato e inutilmente protrattosi per parecchi minuti, ha rivelato scarsa padronanza dei tempi scenici, causando la più ampia fuga di spettatori registrata dalla nostra memoria: non per scandalo provocato, ma per noia ingenerata! Roger Vitrac, nel suo Victor ovvero i bambini al potere (ne ricordiamo l’interpretazione offerta, alla fine degli anni ’60, dalla celebre Compagnia dei Giovani, con Rossella Falk) con un solo peto della prima donna, ottenne ben altro effetto!

A sua volta, la Compagnia Musella-Mazzarelli (Teatro Stabile delle Marche), con i suoi “tre atti di umana commedia” (“La Società”) non si allontanava dall’onesto standard delle filodrammatiche (ancora così diffuse nella regione che ebbe a Pesaro, in un lontano passato, la consacrazione dei vecchi GAD): con un testo, piuttosto ingenuo, a quattro personaggi, vittime dei rispettivi egoismi, nel vano tentativo di mantenere in vita l’attività gestionale di un negozio, resa impossibile dai continui litigi, miracolosamente venuti meno solo alla fine della pièce per l’estinguersi dell’affaire; una semplice conferma, in definitiva (come se ce ne fosse ancora bisogno), del fatto che la solidarietà e l’amicizia rinascono là dove si spegne l’interesse!

Con qualche pretesa in più si presentava lo spettacolo di teatro-danza che Davide Iodice (di Libera Mente, con un background di maggiore consistenza) ha cucito addosso ad Alessandra Fabbri (Mangiare e bere. Letame e Morte): un viaggio nelle regioni del corpo, con qualche traccia, chissà quanto consapevole, della lezione di Simone Forti, nella sua vocazione ad esaminare ogni genere di movimento: umano, animale, vegetale; il tutto, però, nonostante la durata di soli 50’, con un incompleto governo del tempo della performance e qualche concessione di troppo al realismo. Evidentemente si assiste (ne abbiamo avuto testimonianze in un po’ tutti gli spettacoli in rassegna) a un “indebolimento del pensiero simbolico”, denunciato – su ben più ampia scala – da Marc Augé nella prima giornata dell’intrigante convegno sull’Abitare possibile, tenutosi nei gioni scorsi a Ravello, organizzato dal Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università di Salerno (per non perdere il quale, almeno nelle sue prime relazioni, siamo arrivati a Castrovillari a festival già iniziato).

Ma la delusione più cocente, almeno in rapporto alle aspettative in noi create dal suo precedente spettacolo, ce lo ha procurato il gruppo pugliese “Fibre Parallele”, con il suo Lo Splendore dei supplizi: quattro spaccati su tipologie fondamentali della società contemporanea che si sono tuttavia lasciata alle spalle quell’aderenza alla propria terra e alle sue terribili contraddizioni, espressionisticamente espressa, quelle metamorfosi figurative del reale, tragicamente e al tempo stesso grottescamente offerte, che costituivano l’originale cifra stilistica di Emorragia cerebrale. Dove, peraltro, lo sguardo su un emblematico interno di famiglia diventava dimensione scabra e caleidoscopica, brillante di vocaboli antichi e perduti, scintillante di sonorità desuete, concreta e fantastica al tempo stesso.

Nel nuovo spettacolo, invece, l’attenzione alla componente linguistica, tessuta di arcaismi ai limiti della comprensibilità, è quasi venuta meno; lo sguardo sulla crisi di una coppia, insofferente agli ormai mal sopportati legami affettivi (simpatica, comunque, l’idea della catena che tiene avvinto ciascuno dei due corpi al divano dell’ormai logoro colloquio), si fa manierato apologo di un rapporto in estinzione; e nel semplice apologo sprofonda pure la solitudine onanistica del giocatore, l’insofferente, piuttosto scontata relazione di una badante col suo paziente da accudire, infine la violenza esercitata sul vegetariano, costretto a ingozzarsi del cibo che rifiuta: esposizione di moderni supplizi, che un ingombrante quanto pleonastico boia semplifica, addirittura banalizzandone la dimensione simbolica, appunto.

Per concludere, e al chiuso, nella perdurante inclemenza del tempo (ancora una volta, suo malgrado, simbolica!), lo spettacolo di Dario De Luca: teatro-canzone che si ascoltava volentieri, ma in chiaro odore di déjà-vou, senza lo spirito profetico del grande Gaber, se mai con il ritorno a ritmi e sonorità dei tempi andati, talvolta a parole involontariamente ricalcanti quelle dall’uomo qualunque.

Autore: admin

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