Sauro BORELLI- Il tocco di Lubitsch (la riscoperta di “To be or non to be”)


Il mestiere del critico


IL TOCCO DI LUBITISCH

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La riscoperta di “To be or not to be” (“Vogliamo vivere!”)


Ci volevano un  coltissimo cinéphile come Vieri Razzini e la sua benemerita “Teodora” per portare felicemente a compimento un’impresa davvero impervia: la riproposizione a settantun anni dalla sua originaria, prima sortita del film di Ernst Lubitsch (1892-1947) To be or not to be (titolo tramutato nel nostro Paese nell’enfatico Vogliamo vivere!) con copia debitamente restaurata, rimasterizzata nella versione inglese e sottotitoli italiani.

Bisogna dire subito che, sin dalle prime proiezioni (Roma, Milano e i centri maggiori) l’impatto col pubblico indiscriminato e, ancor più, tra i critici più avvertiti è stato vistoso, importante. In primo luogo per la novità dell’iniziativa coraggiosa e, secondariamente, perché c’è stata, senza alcun battage o dispendio promozionale, una generale reazione del tutto positiva. Ciò in forza del fatto che, appunto To be or not to be, s’impone ancor oggi come una realizzazione pressoché esemplare di quel che fu detto, ai suoi tempi, il Lubitsch touch, ovvero la commistione di leggerezza, originalità espressiva, umorismo surreale, e caustica satira tipica delle sue prove più celebrate (Angelo, Ninotchka, ecc.).

Naturalmente, da parte nostra, di fronte a tante e tali attestazioni di merito, non possiamo che consenire, con tutto trasporto, alla festosa circostanza del recupero di un’opera così significativa. Per tante ragioni e, prioritariamente, per le componenti basilari – tanto tecniche quanto squisitamente artistiche – che Lubitsch mette in campo, per l’occasione, ideando un intrico grottesco-surreale strepitoso, col soggettista Melchior Lengyel e lo sceneggiatore Edwin Justus Mayer, col preciso intento di portare un colpo resoluto alla dilagante barbarie nazista e a tutte le infami soperchierie del regime hitleriano.

E come mettere in atto un simile, azzardato proposito? Semplice con le armi dell’intelligenza, della feroce ironia. Poiché, proprio queste sono le risorse cui ricorrono Lubitsch e tutti i suoi – dai dotatissimi interpreti dei ruoli maggiori: Carol Lombard (Maria Tura), Jack Benny (Josef Tura), Robert Stack (tenente Sobinski), Stanley Ridges (prof. Siletsky), Sig Ruman (colonnello Erhardt) al direttore della fotografia Rudolph Maté – per congegnare una micidiale “macchina a sorpresa” teatrale basata specialmente sulle controverse correnti della realtà e della finzione. Un gioco smagliante sempre destinato a spiazzare, sovvertire dati ed eventi d’ogni situazione giusto col proposito di smerciare per vero ciò che è falso e per falso ciò che è vero. In buona sostanza, l’essenza medesima della più classica teatralità. Con in più, di tanto in tanto, lo sberleffo impietoso, il sarcasmo derisorio, la dissacrazione inesorabile.

In effetti, questi ultimi sono proprio gli strumenti, le sortite più efficaci di una rappresentazione ininterrotta ove la finzione si mischia alla vita, il teatro alla realtà in una giostra di vicende, di colpi di scena destinati a sublimarsi proprio nel contrario di quel che si suppone possa accadere.

In breve, Varsavia 1939, con l’avvisaglia di invasione nazista che tutto opprime, tutto condiziona. Il gruppo teatrale di Josef e Maria Tura sta allestendo uno spettacolo, intitolato cupamente Gestapo, ma sopravviene la ferale invasione della Polonia. I teatranti, persi in un loro fatuo (e irresponsabile) “gioco delle parti”, cercano sventatamente di mettere in scena un altro canovaccio ricalcato sullo scespiriano Amleto. Ma i nazisti vigilano e, grazie anche all’infido prof. Siletsky, cercano di sventare i piani della Resistenza polacca, intimidendo gli attori della compagnia Tura, e in primis la bella fedifraga Maria, il suo inetto marito Josef e l’intero apparato del teatro. Così, nel turbinio di velleitarie congiure, penosi tradimenti e sconvolgenti tiri mancini, vengono via via risucchiati, in una pantomima sempre più incalzante, l’ottuso colonnello Erhardt, il romantico tenente polacco Sobinski, e – incredibili dictu – lo stesso Hitler (incarnato per l’occasione, ovviamente, da un attore debitamente cane).

Così, in una furiosa sarabanda di rovinosi quanto esilaranti colpi di scena, la commedia corre, incontrastata, verso l’edificante epilogo: i nazisti diventano cornuti e mazziati, i partigiani polacchi vincono la loro lotta, la compagnia Maria e Josef Tura approda fortunosamente integra e indenne a Londra e, dulcis in fundo, il pur mediocre capocomico recita finalmente il suo To be or not to be anche se turbato da quell’ostinato spettatore che se ne va nel mezzo del monologo. A proposito sempre di cose scespiriane, c’è un altro scorcio, Il mercante di Venezia, che il frustrato attore Dobosh (interprete Charles Dalton) quando recita appassionato la sacrosanta tirata antirazzista di Shylock disorientando efficacemente gli sbalorditi nazisti è un altro pezzo di bravura che soltanto il menzionato Lubitsch touch ha saputo inventare.

Simile, per qualche analogia tematica, al più intenso e tempestivo Grande dittatore di Chaplin (realizzato nel 1940, mentre il film lubitschiano è del 1942) To be or not to be non ebbe, in fase di preparazione, vita facile, poiché da molte parti e spesso pretestuosamente si avanzavano serie riserve sul tenore satirico dell’impresa – si lamentava ad esempio lo scherzo sulle dubbie qualità dell’attore Tura che “trattava Shakespeare” (sosteneva il colonnello Erhardt) come “noi trattiamo oggi la Polonia” – e ancor più pesava la politica “isolazionista dei circoli più reazionari d’America. Ma, se volessimo in qualche modo emblematizzare l’inalterato valore del film di Lubitsch, bisognerebbe rifarsi a quella saggia intuizione di Henri Bergson (“Saggio sul significato del comico”) allorché sostiene che per “definire… il comico mediante l’accostamento al suo contrario, dovremmo opporlo alla grazia più ancora che alla bellezza. E’ piuttosto rigidità che bruttezza”. E in, To be or not to be, risulta solare che i nazisti sono comici (brutti) e gli attori, in ispecie Carol Lombard (immaturamente scomparsa in un incidente aereo del 1942), belli e pieni di grazia.

Autore: admin

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