Gianfranco Miglio-Giorni a Genova (l’ultimo saluto a Don Gallo)



In viaggio


GIORNI A GENOVA


L’ultimo saluto a Don Gallo

 

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Inedito incrociarsi di sensazioni ai funerali di Don Andrea Gallo: dolore e rabbia, tristezza ma anche una strana allegria.

Ecco che scorre per via Balbi una moltitudine composita di persone incredule, attonite o stravolte dal dolore, vissuto in maniera personale, spesso in maniera diversa o addirittura opposta (silenzi, urla, slogan, pianti sommessi), l’uno accanto all’altro in questo lento cammino, quasi un penoso trascinarsi sotto una pioggia lieve e fastidiosa verso la Chiesa del Carmine, da cui Don Gallo venne cacciato  in quanto  “disturbatore della quiete ” borghese e perbenista (chissà se al Cardinale Siri fischiano le orecchie)… e dove ora torna, riprendendosi alla grande quello che gli era stato vergognosamente tolto.

Nei volti della gente si avvertiva un senso di incredulità, di sorpresa, perché non è accettabile che un uomo che tanto bene ha fatto possa un giorno “terminare”. Un corteo non sempre silenzioso, spesso urlato, combattivo come Gallo ha insegnato, dunque “oltre” le lacrime. In quella folla potevi ascoltare il vociare del dolore; in quel lungo sciamare per le strade umide non c’era gente, c’erano solo ferite. Di quelle che non guariscono. Ed è giusto che sia così perché di una cosa siamo certi: Andrea Gallo non ci ha lasciati, è lui la ferita.

Gesù Cristo, credenti o meno, ha indicato un percorso e Don Gallo coerentemente lo ha seguito, con grande scandalo e fastidio delle gerarchie vaticane, colpite al cuore nelle loro scandalose contraddizioni.

Don Andrea, il prete rompiscatole, ” il sasso in cui si inciampa” , è e rimane dentro di noi. E’ volato via, in chissà quale paradiso, lasciandoci tutti un po’ orfani. Rimasti ad affrontare, privati all’improvviso della sua sponda di rivoluzionario combattente, una società imbarbarita, incattivita, mercantile, frutto avvelenato del becero berlusconismo e di una tecnologia che ci rende ogni giorno più stupidi e ignavi. Una società dove la volgarità impazza, al pari della violenza e del cinismo. Dove per volgarità si intende quella data dai comportamenti individuali, da quello che pratichiamo nel quotidiano, sul campo, non certo quella data dall’uso liberatorio delle  “parolacce” . Non è un mistero che Don Gallo ne facesse largo uso per rafforzare i suoi convincimenti e quel suo “puttana miseria!” urlato al termine di un videoclip, postato su youtube poco tempo fa, in cui si esibiscono a turno tutti i cantautori genovesi per aiutare la Comunità di San Benedetto, possiamo considerarlo l’ultimo epiteto.

Si è vero, Don Gallo le sparava grosse. Fortuna vuole che, nel precedente pontificato, dopo duemila anni durante i quali la Chiesa ci ha presi per i fondelli, ci è stato beatamente comunicato che il Purgatorio non esiste più, all’improvviso è sparito, evaporato. Se così non fosse, adesso Don Gallo dovrebbe a lungo soggiornarvi, in attesa della chiamata di San Pietro. E invece, noi sappiamo già (abbiamo i nostri informatori) che Don Andrea, dopo un primo screzio con San Pietro per via del sigaro a mezz’asta, si sta finalmente, e per la prima volta, godendo un po’ di relax, dopo il tour de force degli ultimi anni. Sforzo che aveva stoicamente, anzi cristianamente sostenuto, pur conoscendo la gravità del suo male; anzi proprio la consapevolezza che il tempo che gli rimaneva era poco, lo spingeva a stringere i tempi per dire quello che ancora gli rimaneva da dire, percorrendo migliaia di chilometri ogni mese, andando ovunque lo chiamassero e ci fosse bisogno di lui, sia che lo attendesso in mille o che fossero  solo quattro gatti. Per tornare poi sempre nella sua Genova, verso le cinque del mattino. Dopo due o tre tisane se ne andava a dormire, praticamente all’alba.

Ora lo immaginiamo in quel posto chiamato Paradiso (ma potrebbe anche chiamarsi diversamente e non stare lassù dove spesso lo indichiamo alzando la testa) colloquiare con Don Puglisi, con Don Milani, oppure con Don Luigi Di Liegro, senza scomodare l’esausto Faber, tirato per la giacca da tutte le parti.

E, con la sua “ostinazione contraria” potrebbe anche essere riuscito a farsi ricevere dal grande Capo, Dio (non) in persona, cosa che non gli è mai riuscita in terra, con i tanti Papi che hanno attraversato la sua esitenza. Sarebbe un ottimo scoop!

Per chiudere, ci auguriamo soltanto una cosa: che nessuno voglia tentare di mettere il cappello sul nome di Don Andrea Gallo, un pò com’è stato fatto con De André o Pasolini. Singole persone, associazioni, movimenti e partiti sono avvisati.

Anche perché noi sappiamo che l’unico cappello “autorizzato” dalla sua storia è quel vecchio, logoro Borsalino nero, che spesso gettava in aria nei momenti di euforia. Ciao Andrea!

Autore: admin

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