Angelo Pizzuto- Dormono sulla collina: Franca Rame, Andrea Gallo


Dormono sulla collina


PER FRANCA E ANDREA

Don Gallo e Franca Rame, nati lo stesso anno, scomparsi nel volgere di pochi giorni


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Memorie da un crudele inverno che uno dopo l’altro ci separa dagli amici, dai compagni e maestri di una generazione che riusciva a progettare, a far di conto  con la vita e le onde anomale del suo rovesciarcisi addosso.

E’ così che Franca Rame ci lascia ad una settimana esatta dalla scomparsa di don Andrea Gallo (di cui fu amica e sostenitrice). E se gli umani intrecci- siano essi  dettati  dal caso, dalla fatalità o da un’entità trascendente, potessero avere senso ‘assoluto’- sarebbe consolatorio immaginare che i due compagni di strada si siano dati appuntamento per questo inatteso  finale di  partita che ci lascia tutti più orfani e soli. Parzialmente riscattati  dalla certezza che  entrambi hanno seminato le loro stagioni terrene  di dedizione, caparbietà, competenza, generosità morale e materiale.

Non poteva essere diversamente. Poiché sia Franca sia Andrea appartenevano a quella rara, spericolata, non tradibile genia di artisti, intellettuali, operatori  sociali (radicali ma non uggiosi, anarchici ma baciati dall’ironia) la cui vita privata non ha scarto alcuno rispetto a quella pubblica: non perché si sovrappongano, in essi, la dimensione privata e quella civile –in una sorta di zibaldone confusionario (quanto costò a noi, ragazzi del 68, questo equivoco). Ma perchè  era di essi il dono della ‘sintesi’ emozionale e raziocinante:  quella  che armonizza senza sforzo apparente (ma con rigorosa, socratica disciplina) il pregio dell’intelligenza intuitiva \creativa a quello di una spontaneità di umori e comportamenti  che giungevano  ‘distillati’, privi di fronzoli, piaggeria (o arcigno egocentrismo)  in chi ha avuto la fortuna di conoscerli e frequentarli- sia pure per un breve lasso di tempo.

Sono, quelli di Franca e Andrea, due rari casi in cui l’essere umano riesce ad essere tale a trecentosessanta gradi, plasmato e irrobustito dai suoi  stessi  limiti, insoddisfazioni, cadute, contraddizioni di cui nessuno è esente, ma orgogliosamente sublimati in quel mestiere di vivere che (se non si fa esangue di decadentismo) forgia caratteri e modelli di vita a cui si guarda con ammirazione e (residue) forze di emulazione: senza peraltro riuscire mai nell’intento.

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Nata in una famiglia con antiche tradizioni teatrali, esponente di un  scena di marionette e burattini risalente alla fine del cinquecento (quell’ estro di  artigianato, proselitismo che scorreva nelle vene della figlia d’arte), Franca  (figlia di Domenico e Emilia Baldini) aveva debuttato appena nata   nei ruoli da infante. Nell’immediato dopoguerra, con una delle sue sorelle, decise di prodursi nel teatro di rivista, subito  scritturata da  Tino Scotti per lo spettacolo “Ghe pensi mi” di Marcello Marchesi, con debitto  al Teatro Olimpia di Milano.               Il matrimonio con Dario Fo (che si dichiarò immediatamente ‘bruttino, bislaccoma innamorato perso’) avviene nel   giugno del 1954. Dell’anno successivo è la nascita, a Roma, del figlio Jacopo.

Fondatrice, col marito, nel 1958, della Compagnia Dario Fo-Franca Rame , fu  prima attrice (e amministratrice) del gruppo in cui il marito era regista e drammaturgo.    Nel 1968, ancora a fianco di Dario, fonda il collettivo “Nuova Scena” dal quale viene via dopo qualche anno con la fondazione de  “La Comune , che portò gli spettacoli di satira e di controinformazione politica nelle piazze, le case del popolo, le fabbriche e le scuole occupate. Unitamente alle prime iniziative di  “Soccorso Rosso Militante” e di teatro nelle carceri.  Giungono così gli anni del movimento femminista, dell’impegno politico, dei testi scritti e recitati in proprio ( “Tutta casa, letto e chiesa”, “Grasso è bello!”,” La madre”).

Nel 1974 i due attori occupano e trasformano in teatro la Palazzina Liberty a Milano, dove Sebastian Matta dipinge murales rivoluzionari.    Un anno prima nel marzo del 1973, Franca  era stata rapita da esponenti dell’estrema destra , subendo  violenza fisica e sessuale, poi elaborata ‘con dolore e liberazione’ in Lo stupro’  del 1981. Il procedimento penale è giunse  a definitiva solo dopo 25 anni, comportando così la prescrizione del reato.  Antesignana e modello, anche in questo oltraggio patito con orgoglio, di tante ‘vite altrui’- anonime e macellate ogni giorno.

Autore: admin

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