Francesco Tozza- Esprit de géométrie, esprit de finesse (Aterballetto al Teatro Regio, Parma)



Il mestiere del critico


ESPRIT DE GEOMETRIE, ESPRIT DE FINESSE

Al Teatro Regio chiude “Parma Danza” con   FND/Aterballetto in Workwithinwork Coreografia di William Forsythe   musica di Luciano Berio- Le Sacre coreografia di Mauro Bigonzetti   musica di Igor Stravinskij

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Per caso a Parma (e non per motivi direttamente attinenti lo spettacolo) siamo tornati – vi mancavamo da qualche tempo – nel glorioso Regio, comunque non per ascoltare qualche ugola d’oro, con i noti entusiasmi (o, magari, i sonori fischi) degli altrettanto famosi cultori dell’opera, ivi sempre presenti, ma per assistere alla serata clou del “Parma Danza”, breve ma intrigante festival giunto alla sua decima edizione, con l’evidente e meritoria volontà di non trascurare, nella patria – e sul palcoscenico per eccellenza – del melodramma, l’imprescindibile attenzione alle ‘ragioni del corpo’, cui ormai solo l’arte di Tersicore, soprattutto nel suo versante contemporaneo, rende giustizia, vistane la latitanza non solo nel mondo dell’opera (troppo spesso ancora impegolato nei puri valori della vocalità, a detrimento di quelli più propriamente musicali o inerenti la necessità del gesto interpretativo), ma anche in quello del teatro tout court, nel suo ritorno di fiamma nei confronti della voce, non più del corpo recitante, in omaggio alla più tradizionale drammaturgia della parola.

Certo far parlare il corpo, in un’epoca in cui le voci, più o meno gridate, dominano su tutti i palcoscenici, teatrali e non (ogni allusione ai sempre più invadenti talk-show televisivi è ampiamente voluta!), non è proprio facile; è oltretutto in agguato il non meno fastidioso rischio della (im)pura esibizione fine a se stessa, ammiccante, urticante e assai poco liberatoria (nella sua abbondante pervasività, il porno ne è soltanto una delle più ingenue varianti!), laddove il problema è “dare spirito al corpo” (come ha detto bene il grande coreografo, di origine albanese, Angelin Preljocaj, peraltro presente, con un suo balletto, in questo festival a Parma), cioè restituire al corpo la sua dimensione spirituale che esso però – a scanso di equivoci – possiede in se stesso: dargli, insomma, quel “pensiero” che pure gli appartiene, ricercandolo magari in quel quid di misterioso, ed esaltante al tempo stesso, che è alla base di quella che, con qualche ambiguità di troppo, viene spesso definita la sua sacralità. In questo intrigante percorso del “voler dare spirito al corpo”, senza per questo farne l’ennesimo, esangue strumento di rappresentazione dell’ideale, cui i classicismi vecchi e nuovi – soprattutto, ma non solo, all’interno del balletto – ci hanno ampiamente abituati, si è a buon diritto inserito lo spettacolo dell’Aterballetto offerto al Regio, in ciascuna delle sue due parti (peraltro due felici riprese).

La prima era intitolata workwithinwork, con coreografia del grande Forsythe e musiche di Luciano Berio (28 dei 34 Duetti per due violini, da lui composti fra il 1979 e il 1983): musica sublime (che convertirebbe al Novecento musicale anche i più riottosi, e ottusi, suoi detrattori), in cui reminiscenze – a volte quasi citazioni – di matrice romantica si annodano a puri riverberi tonali, fornendo un coerente supporto all’intelaiatura coreografica, essenziale nelle sue linee quasi geometriche, senza le sbavature di una ormai improbabile drammaturgia narrativa, e tuttavia con un suo innegabile esprit de finesse, emotivamente coinvolgente anche negli stacchi che riportavano i bravissimi ballerini nel vuoto scenico o in quel buio di fondo che periodicamente li partoriva.

La seconda parte (il celebre Sacre, su coreografia di Mauro Bigonzetti, dal 2008 al 2012 coreografo principale di Aterballetto) si caratterizzava per una geometria più nervosa ma non meno coinvolgente, anche qui senza i distillati di una drammaturgia di banale narrazione, che sarebbe apparsa oltretutto ridondante per l’espressività ben più persuasiva di quei corpi, snodantisi in un vitale dinamismo fatto di corse-rincorse, incontri-scontri, perfetti avvolgimenti di linee sinuose, fra loro fascinosamente dialoganti; in notevole coerenza con la musica di Stravinskij, rito e mistero al tempo stesso, dove tutto è detto dall’ambiguità sonora dei pianissimi come dalla violenza ritmica delle ancor più frequenti accensioni musicali.

Applausi scroscianti hanno giustamente salutato, al termine di ognuna delle due parti, e ancora più insistentemente alla fine, i 18 ballerini dell’Ater impegnati nello spettacolo: un giusto riconoscimento alla loro indiscutibile bravura, ma anche alla vera, “grande bellezza” del corpo in scena, cui si alludeva all’inizio.

Autore: admin

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