Caterina Barone- Il mito delle identità negate (le rappresentazioni Inda al Teatro Greco di Siracusa)



Il mestiere del critico*


IL MITO DELLE IDENTITA’ NEGATE

Theatre Panoramic.jpg

 

“Edipo Re”, Antigone”,”Le donne in parlamento” alle rappresentazioni Inda- Teatro Greco di Siracusa

 

****

Sono Edipo re ed Antigone di Sofocle con la regia rispettivamente di Daniele Salvo e di Cristina Pezzoli, e Le donne al parlamento di Aristofane, dirette e interpretate da Vincenzo Pirrotta, gli spettacoli del XLIX ciclo di rappresentazioni classiche in programmazione al Teatro Greco di Siracusa (http://www.indafondazione.org/la-stagione/2013-2/calendario/).

È sempre difficile far quadrare il cerchio della densità contenutistica e sacrale della tragedia e della spettacolarità, richiesta dall’ampiezza dell’antico teatro siracusano. Con Edipo re Daniele Salvo affronta la sfida ancora una volta dopo Edipo a Colono (2009) e Aiace (2010), e lo fa spingendosi in avanti sulla strada tracciata con questi allestimenti: piena utilizzazione dello spazio scenico, minuziosa coreografia del Coro, uso di effetti speciali. Comincia con un “fortissimo” il suo Edipo. Sull’impatto sonoro della musica trasmessa a tutto volume dagli altoparlanti dislocati nell’area teatrale, si affollano sulla scena i supplici che guidati dal sacerdote implorano l’intervento del sovrano per vincere la devastazione della peste. Sono affranti, coperti di stracci, il loro incedere è malfermo; mucchi di cadaveri vengono portati via sul carro dei monatti. In mezzo a loro si aggira la sagoma inquietante della Sfinge alata: il suo volto è spettrale; la sua presenza minacciosa.

Un muro a semicerchio di grigia pietra (opera di Maurizio Balò che connota tutti e tre gli spettacoli e che, nel caso di Edipo, ha creato anche i costumi) delimita l’area d’azione dove tre scale si perdono in un vuoto metafisico. Su tutto domina un’enorme testa, cava, vuote le orbite dalle quali alla fine gronderà sangue. È la testa della Sfinge, simbolo ai nostri occhi della duplice valenza del dramma: da un lato il desiderio di Edipo di dominare la realtà, insieme alla ricerca della verità all’insegna della ragione e, dall’altro lo scandaglio negli abissi della psiche del protagonista, un viaggio nei meandri dell’inconscio. Edipo penetra in quella sorta di caverna come per cercarvi rifugio, ne emerge per pronunciare, inconsapevole, l’anatema contro se stesso. Ne uscirà infine straziato nell’anima e nel corpo.

Daniele Pecci, nella parte del protagonista, incarna un uomo nel pieno vigore delle forze, orgogliosamente fiducioso in se stesso, violento nell’esercizio del potere fino all’aggressione fisica di quanti gli si contrappongono, sensualmente legato alla moglie-madre Giocasta (interpretata con partecipe sensibilità da Laura Marinoni), nelle cui braccia si abbandona alla ricerca di un conforto anche materno. Ma il suo Edipo rimane in superficie e non riesce a rendere appieno la complessità del personaggio, resa peraltro con penetrante acribia dalla traduzione di Guido Paduano.

Più centrati nel loro ruolo appaiono di contro Ugo Pagliai nella parte di Tiresia e Maurizio Donadoni, in quella di Creonte, due attori che abilmente si avvalgono dell’esperienza maturata in passato in quel difficile spazio scenico. Completano il cast Melania Giglio (che anima con la sua magnifica voce lo spettro della Sfinge), Mauro Avogadro (nella doppia parte del sacerdote e del servo di Laio), Francesco Biscione (nunzio), Graziano Piazza (secondo nunzio).

La parte più interessante e originale del lavoro di regia è con evidenza quella che riguarda il Coro dei vecchi tebani (Vakerio Amoruso, Andrea Pietro Anselmi, Raffaele Berardi, Marco Bonadei, Antonietta Carbonetti, Massimo Cimaglia, Simone Ciampi, Michele Costabile, Elio D’Alessandro, Michele Digiacomo, Adriano Evangelisti, Alessio Genchi, Marco Imparato, Francesco Laruffa, Giancarlo Latina, Raffaele Latagliata, Sergio Mancinelli, Marcello Montalto, Alessandro Romano, Andrea Francesco Romero, Giuliano Scarpinato, Gianluca Ariemma, Antonio Bandiera, Carmelo Alù), ma non mancano elementi di criticità. Se da un lato, infatti, è apprezzabile l’accurata scansione dinamica delle coreografie (i movimenti sono di Antonio Bertusi) e la tessitura di un sottotesto che si affianca costantemente alla lettera delle parole dei coreuti, svelandone ipocrisia e viltà, dall’altro pesa negativamente la tendenza al parossismo gestuale e una ricerca costante di effetti horror (colpisce, ad esempio, il volto dei coreuti coperto da una maschera in lattice dai lineamenti alterati che richiamano alla memoria Freddy Krueger, il mostruoso protagonista del film Nightmare).

Tutto questo, unito all’uso di effetti speciali usati in abbondanza soprattutto nel finale, traghetta lo spettacolo verso una dimensione filmica hollywoodiana, sostenuta dalle musiche di Marco Podda, un melting pot di suggestioni diverse a rendere tormenti e vibrazioni dell’animo.Pur con i suoi limiti, la regia di Daniele Salvo, comunque accurata e attenta a valorizzare le varie componenti dello spettacolo, ha il merito di favorire la fruizione della tragedia da parte del grande pubblico del teatro greco, in particolare dei giovani, che si riconoscono in quel tipo di linguaggio visivo ed accompagnano la rappresentazione con applausi convinti ed entusiastici.

****

Alla sua prima esperienza siracusana, Cristina Pezzoli ha privilegiato un’intonazione pacata e una gestualità misurata per la messa in scena dell’Antigone, senza cadere nella trappola dell’urlo e della corsa degli attori da una parte all’altra della scena nella quale finiscono talvolta i neofiti del teatro greco. La volontà della regista è quella di accostarsi al mito senza indulgere all’emotività e agli schematismi preconcetti coagulatisi nel tempo intorno alla figura dell’eroina sofoclea. Ed è proprio l’intento di sviscerare e penetrare le ragioni profonde che contrappongono i due protagonisti a spingere la Pezzoli a una scelta per certi versi discutibile: la premessa di un prologo tratto dalle “Fenicie” di Euripide e recitato dal fantasma di Giocasta (Natalia Magni). Introdotto dalla regista per illuminare l’antefatto, e in particolare il ruolo di Eteocle e Polinice, il prologo ha un fine didascalico che nella sostanza appare superfluo: il primo intervento di Creonte è in tal senso sufficientemente chiarificatore.

Focalizzato il peso “politico” della figura di Polinice, la messa in scena affonda lo scandaglio ermeneutico nelle motivazioni che stanno alla base del conflitto tragico, senza una presa di posizione precostituita in favore di Antigone, dando al tempo stesso un volto sfaccettato alla condotta di Creonte, a cui Maurizio Donadoni presta accenti di vibrante umanità e che la lucida traduzione di Anna Beltrametti mette opportunamente in luce.

L’Antigone interpretata da Ilenia Maccarrone è lucida e determinata. Fronteggia prima la sorella e dopo lo stesso Creonte senza enfasi, ma con fermezza: non si ferma né davanti alle suppliche di Ismene (una persuasiva Valentina Cenni), né davanti alle minacce del re. Sfida anche il Coro dei Tebani denunciandone la connivenza, il silenzio colpevole, e richiamandoli con asprezza alle loro responsabilità. Creonte l’abbraccia paternalisticamente, poi l’interroga affranto. È addolorato, argomenta razionalisticamente il proprio pensiero, vuole indurre la giovane alla ragione, così come, dopo la condanna, cercherà di persuadere il figlio Emone (Matteo Cremon), giustificando la propria durezza con l’ottemperanza al dovere di uomo politico. Dalla pacatezza all’ira, la regista ne disegna la dolorosa parabola fino all’incontro con Tiresia, qui interpretato con autorevolezza da Isa Danieli, che con le sue profetiche ammonizioni infrange la sicurezza del sovrano.

Nell’economia complessiva dello spettacolo l’elemento più debole è costituito dal Coro, (Francesco Biscione, Enzo Curcurù, Oreste Valente, Simonetta Cartia, Corifei; Alessandro Aiello, Raffaele Berardi, Lorenzo Falletti, Sebastiano Fazzina, Sergio Mancinelli, Giuseppe Orto, Eugenio Maria Santovito, Giuliano Scarpinato, Massimo Tuccitto, coreografati da Walter Leonardi) che, a partire dagli stessi abiti  di tipo islamico (ideati da Nanà Cecchi), non si armonizza con il contesto e la cui funzione appare incerta. Dissonanti a tratti anche le musiche, pur pregevoli, di Stefano Bollani  che affiancano al pianoforte le percussioni suonate dal vivo da Michele Rabbia. Completano il quadro degli interpreti Gianluca Gobbi (che conferisce accenti di comicità al terrore reverenziale della guardia) Paolo Li Volsi (il messaggero), Elena Polic Greco (Euridice).

****

Buona prova di sé ha dato Vincenzo Pirrotta nella duplice, e non facile, veste di regista e interprete della commedia aristofanea, “Le donne al Parlamento” che egli ha traghettato con decisione verso l’attualità politica, sostenuto in questo dalla traduzione di Andrea Capra con i numerosi richiami a nomi noti (e storpiati) e l’uso di un lessico tecnico contemporaneo. Il tema del potere alle donne, che il commediografo ateniese poneva sul tavolo della discussione come denuncia della precaria situazione contingente e della politica deleteria della polis e non come riscatto del genere femminile, diventa nello spettacolo icona del dibattito odierno sul ruolo delle donne in politica e nella società in senso lato.

Questo vogliono significare la parabasi scritta ex novo da Pirrotta sulla violenza alle donne così come gli slogan femministi gridati dalle protagoniste (Doriana La Fauci, Carmelinda Gentile, Elena Polic Greco, Melania Giglio, Simonetta Cartia, Sara Dho, Antonietta Carbonetti, Clelia Piscitello, Amalia Contarini) unitamente ai burqa che ne nascondono gli abiti coloratissimi e briosi (creazione di Giuseppina Maurizi), il cui svelamento si traduce in un’esplosione di energia positiva. Le musiche di Luca Mauceri che fondono echi arcaici e contemporanei si fanno componente indissolubile dell’azione del Coro, vitalistiche ed esplosive come le danze delle donne (Chiara Breci, Alice Bronzi, Viola Carinci, Silvia Cinque, Giuliana Di Stefano, Giulia Diomede, Valentina Ferrante, Paola Giglio, Laura Giordani, Elisa Golino, Daniela Marra, Lidia Miceli, Odette Piscitelli, Laura Tedesco, Valentina Turrito). Nei vorticosi movimenti disegnati da Alessandra Razzino confluiscono suggestioni di varie culture, da quelle mediterranee, alle orientali, alle russe, in una visione ecumenica della condizione femminile.

Autorevole protagonista è Anna Bonaiuto che mette la sua maturità artistica al servizio della consapevolezza critica e della concretezza di Prassagora, dinamica e saggia, astuta e costruttiva nel condurre l’azione, materna e seducente nei confronti del marito. Blepiro è l’eroe comico che le fa da controaltare, diffidente ma pronto ad aderire al programma politico della consorte con genuino entusiasmo, tratteggiato da Pirrotta con maestria in un apprezzabile equilibrio tra icasticità corporea e riso liberatorio. Lo affiancano in maniera egregia nelle parti maschili Enzo Curcurù (un vicino), Alessandro Romano (Cremete), Antonio Alveario (evasore, cittadino disonesto, ragazzo).

Una performance trascinante e sapida che ha saputo coniugare positivamente tradizione e modernità.

 

*Ringraziamo Caterina Barone, docente  di Drammaturgia Antica all’ Università di Padova

Autore: admin

Condividi