Francesco Nicolosi Fazio- Il gioco, le perle…(Franco Battiato, regista. Stabile di Catania)


Mediterranei


IL GIOCO, LE PERLE- DAL VETRO DELL’OBIETTIVO

Incontro con Franco Battiato, regista.   Al teatro Verga, Teatro Stabile di Catania


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Sotto i pini secolari di Piano Provenzana  (Etna) Jean Marie Straub ci raccontava dei quasi quattro anni di preparazione del suo memorabile “Empedokles” (con la k). Sembrava che fosse lui, il grande regista franco-tedesco, il redivivo uscito dal cratere, riprendendosi i sandali di bronzo. Come non pensare al rigore gallo-teutonico del cinema di Straub nell’ascoltare, quasi rapiti, i criteri più che scientifici usati dal grande Franco Battiato nel preparare un film. Prevedere la consultazione di migliaia di testi prima del ciak non è certo il “paracadutismo culturale” (sempre Straub) che contraddistingue il cinema mondiale.

Tra le splendide iniziative del nostro glorioso (termine quasi riduttivo!) Stabile si inseriscono a perfezione gli incontri con tre grandi registi siciliani: Ciprì, Battiato ed Andò. Ciò anche per sottolineare la profonda correlazione tra cinema e teatro, elegantemente suggellata nell’esilarante “La banda degli onesti” di recentissima produzione interamente catanese.

Alle già esitate produzioni: “Perduto amor”, “Musikanten” (con la k) e “Niente è come sembra”, oltre ad alcuni documentari, si sta per aggiungere il quarto film “Haendel”. Per attualità di cronaca partiamo dalla fine. Franco Battiato, molto probabilmente, si riconosce in Haendel, grande compositore libero e rigoroso, capace di rimproverare il re d’Inghilterra per un ritardo ad un suo concerto. Un rigore innanzitutto morale, che consentiva al grande autore di poter intraprendere un argomento oggi proibitivo: la verità. Sappiamo benissimo che oggi il male non è nel farlo ma nel raccontarlo. Viviamo nell’impero dell’ipocrisia mediiatica. La preparazione del film su Haendel sta usufruendo delle ultimissime scoperte degli storici che, grazie a documenti inediti, stanno ricostruendo tratti essenziali della vita del grande autore. Certo al confronto, con un cinema mondiale che costringe Achille a sopravvivere a Paride ed entrare nel  Cavallo di Troia, nell’ascoltare l’artista siciliano sembra di avere a che fare con un alieno.

L’intelligenza di Franco si manifesta anche nell’uso della tecnologia, con riprese che fanno grande uso di più schermi, grandi ed ad altissima definizione e la presenza, accanto al regista, del montatore. In questo modo, come per i grandi mestieranti del cinema, per Battiato è sempre “buona la prima”. Da escludere il caso della “comparsata” di Francesco De Gregari in “Perduto amor”, dove per quasi dieci volte sbagliò la lunga battuta. L’ennesima genialata del nostro artista/regista fu quella di introdurre De Gregari come se fosse un esperto musicofilo che, proprio in quel momento, scriveva un pensiero, e per questo lo leggeva, con naturalezza.

L’intelligenza e la sensibilità di Franco Battiato hanno determinato, sin dal primo film, il suo successo cinematografico, sancito con diversi “Nastri d’argento”. La sua capacità registica si è manifestata dirigendo dei “mostri sacri” del nostro cinema e teatro come Gabriele Ferzetti, Giulio Brogi, Pamela Villoresi, ed altri, tra cui Manlio Sgalambro. Con riprese quasi sempre uniche, come uno spettacolo dal vivo, in quanto il nostro ritiene che la tensione che si crea, nel momento del primo ciak, è qualcosa di irripetibile, per cui, a meno di intoppi, è sempre meglio la prima ripresa.

Battiato ci confermava, nell’incontro, la sua grande dimestichezza con la cultura indiana che lo ha formato, soprattutto in momenti difficili della sua vita. Anche in questo il personaggio ci riconduce alla cultura mitteleuropea, il grande richiamo che i grandi scrittori tedeschi hanno provato per l’India, un nome tra tutti. Hermann Hesse. Nel suo splendido “Giuoco delle perle di vetro” (con la parola “giuoco” francesi ed inglesi dicono: suonare) il premio Nobel sancisce la profonda correlazione tra musica e matematica, alte espressioni dell’ingegno umano,  entrambi figlie del rigore. Questa analogia emerge in quanto ripreso in “Musikanten”, dove un’ormai sordo Beethoven, componeva opere straordinarie, senza poterle sentire.

Lo straordinario è anche la cifra di Franco, che con rigore compone musica ma anche scene filmiche, con una lieve esattezza di correlazioni, inanellando perle su perle. Ma il vetro dell’obiettivo cinematografico non separa lo spettatore dalla scena; forse per la tensione delle riprese uniche,  ci sembra di stare in teatro, senza neanche il limite lieve della quarta parete.

Autore: admin

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