Sauro Borelli- Roma riscoperta (“La grande bellezza”, un film di Paolo Sorrentino)

 

 

Il mestiere del critico


ROMA RISCOPERATA

La grande bellezza

 

Nel nuovo film di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”


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Che senso ha un titolo quale La grande bellezza, nuovo film di Paolo Sorrentino (nella foto- in concorso a Cannes 2013)? Per sé solo parrebbe un titolo propositivo incentrato, appunto, sugli elementi d’eccezione monumentali, artistici d’una tale realtà cittadina. In effetti, Paolo Sorrentino tocca solo marginalmente un simile aspetto particolare legato congenitamente a Roma. Suo privilegiato intento risulta, semmai, un’incursione dettagliata quanto curiosa nel colmo di un crogiuolo di dati, di vicende legati a singoli individui, di volta in volta collusi od estranei tra di loro destinati a tracciare coi loro gesti contingenti, l’espressione di sentimenti altalenanti, una dinamica, diciamo pure, “sociale”, conviviale spesso abnorme e comunque contraddittoria.

Il fatto stesso di orientare il proprio interesse e il conseguente intreccio su Roma e le sue variabili componenti ha prioritariamente indotto a pensare che Paolo Sorrentino fosse determinato a ripercorrere le tracce di ormai classiche esperienze felliniane quali l’epocale Dolce vita o il più specifico Roma, caratterizzati, come si sa, da un’ottica originale e, comunque, eccentricamente illuminante su un ben definito scorcio ambientale-comportamentale d’una realtà, anche cronologicamente, inconfondibile. Ben altrimenti, sin dalle battute iniziali, La grande bellezza, pur tradendo di quando in quando certi avvertibili rimandi e alcune trasparenti analogie con gli spunti narrativi e le figurazioni felliniani, si caratterizza rispetto a questi elementi in modo autonomo e decisamente contrastante. Anche perché, ben consapevole d’un tale rischio Paolo Sorrentino ha proporzionato altrimenti la sua storia e, ancor più, i personaggi che in essa si muovono, parlano, agiscono rapportandosi ad un legame con Roma insieme complice ed eterodosso.

Infatti, puntando sulla realtà composita d’una capitale evocata tramite una perlustrazione insistita di ambienti sociologicamente privilegiati e di rituali informalmente “meticci” di facoltosi quanto volgari borghesi, aristocratici decaduti, personaggi spuri del sottobosco di attori, teatranti, artisti in declino inesorabile e, soprattutto, di millantatori d’ogni risma, Sorrentino mette in campo la figura carismatica di Jep Gambardella, sorta di Virgilio in panni smessi, che straparlando, divagando, ostentando il suo personale fallimento e il generale disastro del microcosmo di snob e di fasulli nel quale si lascia vivere con neghittoso masochismo, prospetta una serie incalzante di casi-limite e di situazioni ai margini del grottesco, dell’esiziale dissipazione esistenziale.

La grande bellezza s’inoltra così in un terrain vague ove Jep, a suo tempo scrittore di talento e oggi giornalista di scarsa passione, incrocia via via le parabole desolanti di faccendieri animati soltanto dal cinismo, ex belle donne ormai murate nel rimpianto e nel rimorso, vitaioli decrepiti ancora intenti a giochi penosi, insomma tutta la piccola umanità che sopravvive attorno a usurati modelli sociali e comportamentali del più squallido edonismo metropolitano.

In questo rovinoso contesto, fatto di manierismi ipocriti, di feste dove abietto risulta ogni gesto, qualsiasi iniziativa travolti da un sempre fragoroso tripudio, Jep, benché lucidamente conscio del gorgo di volgarità e dolore che lo sta risucchiando, riflette e spiega di quando in quando, rifacendosi alle sue doti migliori e alla sua sperimentata esperienza, come e quando quella Roma che pure, in cuor suo, aborre e condanna possa alla distanza palesare in extremis una cultura, una dinamica certo inestirpabili come la stessa indole contraddittoria, eppure ineludibile, della Roma del passato e di quella tutta contemporanea.

Film dalle rifrangenze plurime – grazie al contributo visuale prezioso del talentoso direttore della fotografia Luca Bigazzi, –  trova, al di là dell’intento di fondo tematico escogitato da Paolo Sorrentino, nelle caratterizzazioni di personaggi dalla fisionomia psicologica malata o segnati da un incombente tracollo esistenziale (quali il commediografo inguaribilmente mediocre come quello incarnato da Carlo Verdone; l’ex spogliarellista Sabrina Ferilli minata da un’inesorabile degrado; l’ex bella donna vanesia e sputtanata dal tempo Galatea Ranzi, drogati e falliti di vario tipo impersonati da attori del tutto provetti) una concertazione assolutamente funzionale per un racconto articolato in una successione di eventi ora convenzionali, ora preziosi (il flash dell’incontro notturno di Jep con la fugace, lunare apparizione di Fanny Ardant o la terribile convocazione della decrepita missionaria definita Santa) e, ancora, di certi abbandoni parodistici come l’intervista di Jep alla mistificatrice performer di body art; delle diversioni e digressioni dello stesso personaggio per luoghi e aspetti segreti di una Roma davvero inimmaginabile, bella, eterna.

Di fronte a tante e a tali suggestioni, viene naturale pensare a La grande bellezza come l’opera più compiuta, più matura di Paolo Sorrentino che, pure a indebito confronto, con l’inimitabile modello felliniano, ha saputo ritagliarsi con questa sua nuova realizzazione un posto, un ruolo di tutto rispetto nell’odierno cinema italiano e in ispecie con un piglio, un estro intieramente suo. La grande bellezza, al di là di un titolo azzardato, si dimostra così, con ampie ragioni, soprattutto un grande film, un grande cimento creativo su una Roma fino a ieri occulta, occultata. Ma determinante nel disegnare una tale vicenda, interamente percorsa da ventate di sarcasmo e di ironie feroci, si impone nella Grande bellezza Toni Servillo (qui alla quarta prova con Sorrentino) che con un’interpretazione sempre in bilico tra sottorecitazione e ammiccante buon garbo dà senso e corpo esemplari a un memorabile Jep.

Autore: admin

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