M. Ga. -Il piacere del racconto (“Mi rifaccio vivo”, un film di Sergio Rubini)

 

Buio in sala

IL PIACERE DEL RACCONTO

Locandina Mi rifaccio vivo

 

“Mi rifaccio vivo”, un film di Sergio Rubini

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Biagio Bianchetti è un imprenditore con una moglie, un cane e un complesso di inferiorità. A provocarlo è Ottone Di Valerio, ex compagno di scuola e sempre un passo davanti a lui. Dall’infanzia all’età adulta, Ottone ha accompagnato la vita di Biagio superandolo in qualsiasi prova e guadagnandosi il favore degli astanti. Competitivo fino al midollo ha deciso di giocare un brutto scherzo al rivale, proponendogli un affare destinato a naufragare come la sua esistenza, a cui Biagio decide di mettere fine affogandosi nel lago. Ma diversamente dalla terra, lassù qualcuno lo ama e decide di concedergli una seconda possibilità. Reincarnato nei panni di Dennis Rufino, un brillante manager a cui Ottone ha affidato le sorti della sua azienda, Biagio infila la via della vendetta. Quell’inedito punto di vista sposta la sua prospettiva, rivelandogli il mondo e le persone, quelle amate e quelle odiate, dietro la maschera. Turbato da quella rivelazione, deciderà di essere migliore migliorando chi diceva di odiare.

Lontano dalla sua terra e dalle sue radici mediterranee, Sergio Rubini scambia i corpi dei suoi protagonisti, giocando sul confine sogno-realtà, vero-falso. Come ne L’anima gemella il protagonista incarna l’altro da sé per ottenere qualcosa o qualcuno che lo farà davvero felice. O almeno così credono i personaggi di Rubini ossessionati dall’essere secondi nel cuore dell’amato o nell’attività imprenditoriale intrapresa. Dentro un’atmosfera new age, che si fa gioco del movimento e del suo pensiero positivo con guizzi e lampi di surreale leggerezza, il regista pugliese affronta il complesso di inferiorità già approfondito nel più ambizioso Colpo d’occhio e suggerito ne L’uomo nero, sazi di recriminazioni nei confronti di una certa critica della quale Rubini continua a indagare e a stigmatizzare il potere manipolatorio. Spostando la questione dal pubblico al privato il risultato non cambia, perché nelle equivalenti dinamiche relazionali che governano il microcosmo di un uomo che ambisce a costruire un’attività di successo, il rivale si impone come arbitro assoluto, decidendone cinicamente la sorte.

E se ancora una volta l’abile oratore si rivelerà un venditore di fumo, la sicurezza di Ottone dissimula un’insicurezza patologica, a mutare è piuttosto la natura del giudicato, non meno meschina, manipolatrice e vendicativa del suo giudice-rivale. Con Mi rifaccio vivo Rubini sembra trovare la misura di un discorso che evidentemente gli sta a cuore ma a cui il regista non sacrifica il piacere del racconto e la centralità del punto di vista assegnato a Emilio Solfrizzi, uno dei volti più duttili ed empatici della nostra cinematografia, usato con una parsimonia che sfiora l’avarizia. Protagonista per la seconda volta dopo La terra nel cinema di Rubini, l’attore barese è il corpo agente di Lillo, ‘suicidatosi’ nel prologo e ridiveniente per fallire vita e azienda dell’invincibile uomo di affari di Neri Marcorè, fortunato e abbigliato al modo di Gastone. Acrimonioso come Paperino, il Bianchetti di Lillo incarnato da Solfrizzi e afflitto da un nemico elevato a persecutore si assumerà le proprie responsabilità coltivando una dimensione più etica della vita. Narciso capriccioso, il protagonista si specchia un’ultima volta nelle acque del lago e nel rancore che lo ha consumato, decidendo di fare il Bene dell’altro. Pur nelle imperfezioni non si può non riconoscere al cinema di Rubini un’innegabile magia che converge nella sequenza sul cornicione, realizzando un pezzo di cinema (comico) di straordinaria efficacia.(mymovies)

Autore: admin

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