Sauro Borelli- Gatsby versione pop (nel nuovo film di B. Luhrman)



Il mestiere del critico


GATSBY VERSIONE POP

Locandina Il grande Gatsby

 

Nel nuovo film di B. Luhrman da Fitzgerald


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Un piccolo mistero, tra i tanti, che caratterizzano la storia e, ancor più le cronache contingenti di quell’universo alieno ed ermetico di Hollywood-Babilonia resiste, si perpetua ancor oggi con ostinazione degna di miglior causa. Tale mistero, in sé neanche tanto significativo, si addensa dai tempi del cinema muto fino ad oggi, stagione folta di marchingegni e innovazioni tra i più sofisticati (pratiche digitali, dimensioni 3D ecc.) sulla figura tormentata e affascinante di uno tra i maggiori scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), e in ispecie sul suo romanzo forse più caratteristico, Il grande Gatsby (1925). In particolare, già nel 1926 l’esperto cineasta Herbert Brenon (1880-1958) pose mano al libro di Fitzgerald, appunto Il grande Gatsby, per realizzare, interprete di spicco Warner Baxter, il primo, omonimo film. Cosa che non entusiasmò, certo, lo stesso Fitzgerald, già orbitante nei pressi di Hollywood, ove finì i suoi desolati giorni, dopo l’esperienza fallimentare come sceneggiatore di routine.   A guerra finita, nel 1949, un’altra sortita hollywoodiana di non eccelsa qualità si accentrò nel film di Elliott Nugent ricorrendo sempre al titolo originario del romanzo: Alan Ladd, all’epoca attore sulla cresta dell’onda, impersonò per l’occasione l’eroe eponimo senza infamia e senza lode.

Nel 1973, ecco ancora la Mecca del cinema affrontare con dovizia di mezzi e d’ambizioni una nuova versione del romanzo fitzgeraldiano con, punti di forza del film Il grande Gatsby, Robert Redford e Mia Farrow sotto la guida esperta di Jack Clayton, probabilmente la mediazione per lo schermo più attenta e dignitosa tanto della traccia narrativa primaria quanto dell’estro, dello stile tutto fitzgeraldiano di dare conto, di penetrare a fondo quella che è stata definita, a ragione, “l’età del jazz”, una sorta di stagione peculiare della storia americana e della storia tout court per i suoi slanci, gli eccessi, le abdicazioni e i fallimenti culminati nella devastante crisi economica del 1929. Oggi, Baz Luhrman, cineasta australiano accreditato di un pretenzioso Giulietta e Romeo (1996), di un fragoroso Moulin Rouge (2001) e di un superfluo Australia (2008), incettata in giro la cifra spropositata di oltre cento milioni di dollari, ha imbastito un giocattolone enfatico e rintronante – ovvio Il grande Gatsby – tirando in campo, in primis, Leonardo Di Caprio (già adolescente Romeo di un suo film precedente), e poi tutto l’armamentario tecnico-espressivo ormai abusato negli odierni blockbuster (musiche hip-hop, dimensione digitale, 3D, ecc.) fino a strutturare in cromatismo urlante una favola precipitosamente snocciolata – pur se emergono, spiazzanti, momenti di monotonia, di iterazioni inessenziali nei dialoghi e nella progressione drammatica – in un tripudio scenografico, in uno squilibrio fantastico destinati a sublimarsi più nel profluvio  spettacolare che in una vera, originale riproposizione dell’idea di Fitzgerald del”sogno americano”. A dirla in soldoni, insomma, un esito non proprio felice.

Il grande Gatsby, dunque, una figura rappresentativa di un’epoca: nella scrittura e nel senso voluti da Fitzgerald come testimonianza e rendiconto dei travolgenti anni Venti e, massimamente, come riflessione dolente di un malessere esistenziale (e finanche sociale) di un personaggio tipico di una realtà in tumultuoso divenire. Appunto, l’enigmatico, reticente milionario Gatsby, preso d’amore ossessivo per l’infida Daisy e in precipitosa corsa verso la rovina, la morte, attorniato da riccastri cinici e da tutta la volgarità dilagante di feste e stravizi desolanti si consolida sullo schermo come un abnorme simulacro della passione sentimentale. Anche se Luhrman non fa certo alcunché per prospettare davvero la storia sintomatica di una vicenda esemplare. Tutto rimbomba, tutto si frammischia tra orpelli e chincaglieria soverchiante in questo Grande Gatsby dalle pretese ostentate: ciò che resta ben altrimenti avvertibile è l’intento granguignolesco, magniloquente di un’impresa, in effetti, di scarso peso e di significato ben circoscritto.

A commento pertinente di simile realizzazione – peraltro gratificata a torto da un longanime consenso di un pubblico di bocca buona – basterebbe, d’altronde citare, per contrasto, ciò ch’è stato scritto sul personaggio creato da Fitzgerald, da quel grande saggio (e, per di più sapiente, cinefilo) Gesualdo Bufalino: “Leggendario, struggente Gatsby. Nel suo pretendere di risvegliare vecchie ceneri d’amore, di vincere un’impossibile guerra con gli anni. E con futili armi poi: fiori, lune, balli, cristalli, lussi d’un luglio del ’22, su una fatua spiaggia di Long Island. Lui, ex povero, un provinciale affatato da una visione di fragili grazie, brutale e timido, commovente e ridicolo. Ma soprattutto solo, come gli eroi conradiani a cui somiglia. …Solo, quando galleggia, corpo nudo e diaccio, su un materasso di gomma alla deriva nella piscina”. Fosse stato un cineasta, Bufalino avrebbe trovato la chiave giusta per un Gatsby davvero grande. E, soprattutto, credibile, convincente. Ne siamo sicuri.

Autore: admin

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