Giuseppe Ardizzone-Il Governo Letta, ed il progetto paese



Agorà


IL GOVERNO LETTA

Palazzo Chigi

 

 

Ed  il progetto Paese


Dopo mesi di travaglio politico abbiamo finalmente un governo che, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato prima delle elezioni, vede le forze politiche, che avevano dato il sostegno al Governo Monti per poi metterlo in crisi su iniziativa del PDL, ritrovarsi di nuovo insieme per gestire i problemi del Paese.Questa volta, non ci si nasconde più dietro uno staff di tecnici; ma, viene rivendicato il carattere politico della gestione, con un governo di “ larghe intese” incoraggiato e fortemente voluto dal rieletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.Speriamo tutti nel miracolo, vale a dire, che questo governo trovi, in un’inaspettata unità d’azione delle sue componenti, la capacità e la forza di porre le basi per la “crescita” della nostra economia ed il superamento della piaga della disoccupazione, che affligge le famiglie.

Per riuscire in questo scopo, il governo Letta dovrebbe  realizzare tre obiettivi:

a)      Predisporre un progetto Paese in grado di delineare le prospettive di crescita e di sviluppo per i prossimi anni, con l’indicazione dei principali interventi e dei settori in cui operare

b)      Avere il sostegno forte dai partiti politici che gli hanno dato la fiducia

c)      Trovare le risorse necessarie per realizzare il piano d’interventi prefigurato.

Tutte e tre le questioni prevedono un impianto strategico d’ampio respiro, che, inevitabilmente, vede in contraddizione i principali partiti della coalizione di governo ed, in particolare, il Partito Democratico, dilaniato al suo interno da un profondo malessere. E’ difficile affrontare problemi di tale livello, che dovranno necessariamente superare forti resistenze da parte d’interessi precostituiti, senza avere un’ampia coesione politica. Questa al momento non esiste. Bisognerà prenderne atto, chiedere a questo governo di realizzare alcune, poche cose possibili e già condivise, per poi tornare al voto, dando la fiducia ad un progetto Paese coerente e di lunga durata, portato avanti da una coalizione politica coesa e determinata.

I problemi che abbiamo davanti sono di tale entità da richiedere una visione fortemente caratterizzata politicamente. Abbiamo bisogno di porre fine ad una presenza massiccia e intrusiva della delinquenza organizzata e della corruzione. Abbiamo bisogno di sviluppare, a tutti i livelli, la meritocrazia contro la rendita di posizione ed il corporativismo. Abbiamo bisogno di mettere al primo posto il lavoro e dare una dignità al lavoratore abbattendo la piaga del precariato e della disoccupazione. Abbiamo bisogno di una redistribuzione delle ricchezze, di una ripresa della competitività e della produttività delle nostre imprese. Abbiamo bisogno di un piano energetico nazionale che riduca in tempi rapidi il deficit della bilancia energetica ed il differenziale del costo rispetto agli altri paesi. Abbiamo bisogno di tutte quelle riforme strutturali (dalla semplificazione burocratica, ai tempi della giustizia, alle liberalizzazioni, allo sviluppo d’adeguate infrastrutture ecc.) che consentano un risparmio aggiuntivo di costi generali per il sistema produttivo. Abbiamo bisogno di un forte impulso della conoscenza, della formazione, della ricerca e sviluppo.

Tutte questioni che richiedono un progetto Paese, una visione del futuro, la capacità di assumere un ruolo definito e forte sul piano internazionale.

Con quali risorse potremo realizzare questi obiettivi? Come potrà intervenire e con quali limiti la spesa pubblica a sostegno delle decisioni governative?

Oggi, parlare dell’utilizzo della spesa pubblica come motore della crescita ci pone immediatamente il problema dello stato della finanza. In linea di principio, quando per diversi motivi la struttura economica di un paese è ferma o in declino, l’intervento pubblico può costituire un volano necessario e importante. Può costituire quel finanziamento suppletivo del piano d’investimenti del paese che stimoli a sua volta l’investimento privato. Anche sul piano del sostegno della domanda interna, il ruolo dello Stato e della spesa pubblica possono essere decisivi, come ad esempio lo è la decisione del pagamento degli arretrati dovuti alle imprese.

Il problema è la compatibilità di tutto questo con la situazione finanziaria dello Stato italiano. Considerata la condivisa impossibilità di ricorrere ad un ulteriore ampliamento del peso fiscale sul PIL, quali altre strade ci rimangono?

La principale è quella di operare attraverso una riqualificazione della spesa, orientandola verso gli impieghi più produttivi. Altre possibilità possono venire dalla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, dal possibile ricorso al finanziamento in deficit e da una rimodulazione della fiscalità che allevii il carico presente sul lavoro e sulle imprese.

Partendo da quest’ultima questione si possono sottolineare alcuni problemi:

–          E’ osservabile come i dati relativi alla tassazione sui consumi sia inferiore rispetto a quella applicata in diversi paesi europei. Il Governo Monti aveva preso l’impegno di evitare l’aumento di un punto dell’IVA (al 22%) previsto quest’anno. Siamo certi che questa misura in questo momento sia corretta? Non sarebbe forse preferibile operare un aumento diversificato a seconda della tipologia (penalizzando ad esempio quelli di lusso, quelli a maggior impatto ambientale ecc.);

–          Non è forse necessario aumentare la progressività del carico fiscale sui redditi più elevati allentando il gravame su quelli più bassi e consentendo un incremento del loro potere d’acquisto? Ipotizzare una forte progressività oltre i 100.000 euro di reddito annui potrebbe da un lato scoraggiare livelli di retribuzione elevati (specialmente per il lavoro dipendente o manageriale) e dall’altro operare una più equa imposizione nei confronti dei redditi più bassi;

–          Non sembra corretto che la tassazione sui dividendi azionari (20%) sia eguale o          superiore alla tassazione sui redditi da investimento finanziario, siano essi interessi su    depositi bancari o su obbligazioni o plusvalenze. Siamo comunque in presenza di capitali investiti direttamente nelle imprese. Penso che per le altre forme d’investimento si possa proporre un aumento al 30%.

–          Sul tema IMU, va rilevato che forme d’imposizione sul patrimonio immobiliare sono presenti in tutti i paesi europei e siano pertanto da mantenere. E’ possibile semmai prevedere una rimodulazione, aumentando la possibilità di detrazione sulla prima casa in base anche al reddito IRPEF.

Se non si può pensare ad un incremento della tassazione per il recupero d’ulteriori risorse, ma semmai prevedere una diversa distribuzione del peso fiscale con un minor carico sul lavoro e sui redditi più bassi, bisognerebbe ragionare almeno sulla possibilità di procedere su altri punti:

– dismissione del patrimonio immobiliare pubblico;

– riduzione di tutti gli stipendi pubblici superiori ad un determinato importo da stabilire con procedure che congelino i trattamenti esistenti superiori e riducano l’importo delle nuove retribuzioni; – Ripresa della spending review utilizzando l’applicazione del costo standard e rimuovendo tutti quegli ostacoli provenienti dai più alti livelli della burocrazia dello Stato;

– riduzione dei costi della politica;

– ruolo di prestatore di garanzia e di motore della finanza da parte della Cassa Depositi e    Prestiti;

– riforme strutturali a cominciare dalla semplificazione burocratica ai tempi della giustizia ecc. che, a costo zero, rappresenterebbero un risparmio di spesa notevole per tutte le imprese;

– utilizzo della possibilità che i cofinanziamenti previsti nell’utilizzo dei fondi strutturali europei possano non essere più conteggiati nel deficit pubblico in seguito alla chiusura del processo d’infrazione nei nostri confronti in sede europea;

– riordino del mondo delle agevolazioni fiscali riducendone l’entità complessiva.

In mancanza di tutto questo, l’impressione generale è che le forze politiche stiano pensando di poter realizzare tutte le loro proposte attraverso l’aumento del deficit per almeno due -tre anni.E’ possibile che almeno per il primo anno questa ipotesi possa avere successo, stante l’abbondanza di capitali presenti sul mercato grazie alle politiche monetarie espansive della Federal Reserve, del Giappone, della Gran Bretagna e in parte della stessa BCE. E’ probabilmente a questo che dobbiamo l’attuale riduzione del nostro spread sui titoli pubblici; tuttavia, non è l’Europa il vero ostacolo ad una scelta di questo tipo, bensì tutto dipende dalla valutazione dei mercati. Va ricordato che un punto di spread vale ca. 20 miliardi d’interessi ed un aumento di almeno un punto del costo del finanziamento privato. Una scelta di questo tipo ci porterebbe comunque ad un incremento probabile, nello spazio di due anni, ad oltre il 130- 135% del rapporto debito PIL.

La congiuntura attuale è comunque favorevole; tuttavia, non si può pensare ragionevolmente di affrontare questa strada, con probabilità di successo, senza un completo piano strategico che veda al suo interno una ripresa a partire dal 2014 di almeno 1% del PIL e nel 2015 di almeno il 2%, per poi rientrare con livelli di deficit inferiori all’incremento del PIL. Dobbiamo, come Paese, presentare un progetto complessivo di crescita tale da coagulare attorno ad esso il consenso del mondo dei produttori e delle categorie sociali più colpite dalla crisi e tale da convincere anche il mondo degli investitori sulla bontà del nostro agire. Sarebbe veramente pericoloso non capire la portata della posta in gioco che ci porterebbe inevitabilmente a dover uscire dalla moneta unica per imboccare una strada autonoma di riassesto.

http://ciragionoescrivo.blogspot.com

Autore: admin

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