Sauro Borelli- Dal miele al fiele (il film di esordio-nella regia-di Valeria Golino)


Il mestiere del critico


DAL MIELE AL FIELE

Locandina Miele

 

Il film d’esordio-nella regia- di Valeria Golino

 

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E’ facile il gioco di parole tra miele e fiele, ma è anche il solo che ci consente di raccordare il titolo (e il nome della protagonista) Miele all’intento di dare conto in modo originale – pur rifacendosi il racconto al libro di Mauro Covacich A nome tuo – ad una vicenda innegabilmente estrema. E, comunque, abbastanza attuale e riscontrabile nelle pieghe di un’esistenzialità tormentata tipica dei nostri giorni inquietanti e spesso desolati.

Alla base di un film come Miele, oltretutto, c’è una sorta di plurima complicità tra la stessa Golino (peraltro, già accreditata a suo tempo dal cortometraggio Armandino e il Madre), Riccardo Scamarcio, noto attore della “nuova ondata” italiana e per l’occasione nel ruolo di produttore, Viola Prestieri  già executive di diversi film del momento e – soprattutto – un team di attori di accertata perizia e sensibilità interpretativa: in primis Jasmine Trinca (appunto Miele), Carlo Cecchi (l’ingegnere Grimaldi), Vinicio Marchioni, ecc.

Ciò che scaturisce da questa contaminazione tra cast tecnico-formale e struttura narrativa ben definita risulta così – grazie alla consonante sceneggiatura di Francesca Marciano e Valia Santella – una traccia evocativa severa, ma non mai morbosa o epidermicamente patetica sull’ostico tema radicato alla questione grave dell’ausilio possibile (ma senza tirare in campo l’eutanasia) di propiziare la morte ai malati terminali che consapevolmente, lucidamente si accingono a tale passo.

In dettaglio, questa la sintesi di ciò che accade in Miele. Irene, alias Miele è una ragazza un po’ androgina che vive distrattamente accanto a un padre svagato; corre, nuota, fa l’amore quasi per dispetto con mediocri partners e, in ispecie, sembra “specializzata” – pur se il termine può sembrare cinico, spietato – nel porgere la morte, tramite un micidiale barbiturico per cani acquistabile in Messico, a coloro che, spossati dal male, dalla disperazione, non ce la fanno più a lottare, a sopravvivere. Miele provvede alla singolare bisogna pilotata da un medico inetto e, con zelo glaciale, appronta le condizioni e il farmaco affinché il gesto risolutore vada inesorabilmente ad effetto. Tutto ciò dietro un consistente compenso in denaro, ma senz’alcuna ombra di esosità, poiché Miele, in effetti, compie il suo difficile incarico come una sorta di civile milizia dalla parte delle vittime predestinate, senza soverchie emozioni o sterili lamenti.

Di giorno in giorno, sempre vigile e zelante, Miele viaggia da una città all’altra, da un intervento all’altro, apparentemente atteggiata come un “angelo della morte” algido, incolpevole, fintantoché sulla sua strada incontra un tale ingegnere Grimaldi, anziano ma in buonissima salute, che, mosso più da esasperante noia che da reali problemi, “acquista” dalla stessa Miele il “diritto” a scegliere di morire. La situazione eccezionale provoca, tra bisticci e discussioni reiterati tra la giovane e l’attempato ingegnere, dati di fatto insormontabili, dal momento che l’uomo non tollera alcun aiuto da parte della ragazza e che questa non sa trovare pace dal timore che il suo indocile “paziente” possa comunque darsi la morte.

E’ proprio a questo momento critico che s’incardina l’intiera disamina di Miele, film che mira soprattutto a fare riflettere sulle sconnessure dell’odierna fatica di vivere e, ancor più, sugli impacci, le contrarietà di un approccio esistenziale patologico, non determinato soltanto dalla malattia, dagli scompensi di una vita sbagliata, ma in ispecie da un’aridità, da una solitudine esiziali. Non a caso, la mediazione filmica operata da Valeria Golino e dai suoi preziosi collaboratori tocca la sua misura più compiuta in una scansione secca, scattante delle immagini, dell’evolversi della vicenda, raggiungendo esiti efficaci nell’esplicito sprone ad un finale improntato, nonostante tutto, da un’umana pietas, pur di fronte a sentimenti e slanci naturali.

Ci sono alcuni precedenti prestigiosi sul tema analogo a quello affrontato dall’”opera prima” di Valeria Golino, quali Invasioni barbariche di Denys Arcand e Amour di Michael Honecke. Resta da dire a questo proposito che entrambe queste opere puntano privilegiatamente a dirimere quando e come si può cimentarsi col passo estremo, la morte; mentre, tutto sommato, Miele, pur in sottordine a quegli azzeccati e più articolati precedenti, pensa e agisce altrimenti dalla parte opposta, la vita.

Autore: admin

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