Agata Motta- La terra promessa non esiste (“Shitz..” di Levin al Teatro Libero, Palermo)

 


Il  mestiere del critico


LA TERRA PROMESSA NON ESISTE

“Shitz…” di Hanock Levin, regia di Filippo Renda, conclude la stagione del Teatro Libero di Palermo


Hanock Levin è stato un autore israeliano osannato ma molto discusso in patria. Le sue indagini su grandi personaggi biblici, quali Isacco e Giobbe – vissuti con un capovolgimento di prospettiva non dissimile a quello operato da Saramago in testi quali Caino e Il vangelo secondo Gesù Cristo – hanno suscitato non poche perplessità e, anche nei testi di materia contemporanea, si è accostato alle proprie radici con una disposizione lucida e persino irridente. A concludere la stagione del teatro Libero, dunque, la proposta Shitz pane amore e…salame, tratto da Levin e diretto efficacemente da Filippo Renda. Il fatto che l’autore sia israeliano non può essere marginale rispetto alla decodifica dello spettacolo. Questa tragicommedia musicale, deliziosamente sbilenca e orfana di qualsiasi indulgenza, è intrisa fino al midollo di umorismo yiddish e getta uno sguardo penetrante e autocritico sulle irrisolte ambiguità della cultura ebraica, sorride del più grande mito contemporaneo di Israele: la guerra di conquista, la guerra risarcitoria, la guerra per la Terra Promessa.

Non stupisce, pertanto, la difficoltà dei connazionali ad accettare la dissacrante esposizione scenica della “voracità” ebraica, della “brama di averi”, della “mercificazione degli affetti” che esplodono nel testo senza pudori e che sembrano anzi ulteriormente certificare quei vizi atavici che hanno contribuito a fortificare e ad alimentare l’antisemitismo. La famiglia rappresentata sulla scena, con caratterizzazioni divertenti e indovinate, è davvero sgradevole e cinica. Ogni personaggio vive per soddisfare il proprio egoismo, anche gli affetti che dovrebbero essere sinceri sono tarati alla base dalla prevaricazione e dal soddisfacimento di esigenze utilitaristiche e personali: quella di sposare la figlia non proprio seducente con un sordido arrivista, quella di favorire il decesso del capofamiglia per impadronirsi dei suoi beni, quella di promettere sogni impossibili alla madre, un nuovo amore e un viaggio nell’America delle cartoline, per ottenerne sostegno incondizionato, quella di speculare sulla guerra per trarne lauti proventi economici.

Gli attori – Mauro Lamantia, Matthieu Pastore, Valentina Picello e Mattia Sartoni – aderiscono persino fisicamente ai personaggi e manifestano attitudini canore nei tanti siparietti  dal contenuto assai prosastico, nei quali si possono  declamare la passione per le patatine o il triste destino dei testicoli, dai venti anni all’età senile. Tra rancori, vecchi e nuovi, che sconfinano nell’odio senza ombra di tensione, l’esibizione gratuita del più rancido cinismo scava nell’ossessione della carne – da offrire in pasto al proprio stomaco o da offrire agli appetiti sessuali del marito – e in quella del tempo che passa, troppo in fretta o troppo lentamente a seconda degli scopi da raggiungere. La regia sostiene benissimo l’impianto tragicomico del testo e lo amplifica con sottolineature grottesche ed espressioniste: la madre è un uomo, gli attributi femminili sono accentuati da sacchi di iuta a bella vista, la malattia del padre  e il sesso tra i futuri sposi esasperati in mimiche ridicole e burattinesche.

Tutto avviene sotto lo sguardo sconcertato e poi indifferente del musicista (Simone Tangolo, autore delle musiche con il regista), parte integrante di una storia in cui il marito stritolatore viene a sua volta stritolato dal sistema che ha contribuito a sostenere. La guerra divora i suoi figli, non solo gli agnelli di Grossman, ma anche gli avvoltoi di Levin. Difficile ricamarci sopra con tanta leggerezza, ma lo spirito ebraico è capace di guardare negli occhi le tragedie e di ridere delle proprie caratteristiche, specie di quelle meno edificanti.

Autore: admin

Condividi