Sauro Borelli- “La città ideale”, opera prima di Luigi Lo Cascio


Il mestiere del critico


KAFKA NEI PRESSI DI SIENA

Locandina La città ideale

 

“La città ideale” opera prima per il cinema di Luigi Lo Cascio

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Per singolare coincidenza, una fotonotizia di oggi (sabato 13 aprile) sul Corriere della sera – “La città ideale – Senza più confini” – ricalca alla lettera il titolo del film d’esordio alla regia del già navigato attore Luigi Lo Cascio (I cento passi, Buongiorno notte, Baaria, ecc.) Ciò che, peraltro, differenzia la notizia e il film risiede soprattutto nell’impostazione dialettica dell’una e dell’altra cosa basate rispettivamente su tesi perlomeno divaricanti. Nella fotonotizia sul Corriere si legge infatti: “La città ideale. Senza più confini. La città ideale è flessibile, incompleta. Senza confini. Deve essere un romanzo aperto. Solo l’urbanista ottuso vuole avere sottomano, sin dall’inizio, tutti i risultati finali” (Lo dice il sociologo americano Richard Sennett…).

Ora, ben altrimenti, il titolo del film di Lo Cascio, appunto La città ideale, sottende una tesi del tutto contrastante: qui, Siena, teatro privilegiato della vicenda narrativa che vede in campo il giovane architetto Michele (lo stesso Lo Cascio) si prospetta, inizialmente, nelle parole risolute del medesimo protagonista come “la città ideale”, luogo d’ogni probità sociale e culturale, in aperto contrasto con un contesto nazionale di ben altra natura. Soltanto che una simile distinzione è presto radicalmente contraddetta da eventi e personaggi orbitanti in diversa configurazione narrativa e morale.

Diciamo, tanto per chiarire subito le cose, che La città ideale è una sorta di parafrasi, con molte licenze, del kafkiano Processo, certo il testo più emblematico del malessere, dei disastri tipici della letteratura del Novecento. E, in particolare, che l’intento ambizioso di Lo Cascio – regista e interprete – si è consolidato in un racconto certo intrigante, ma modulato soprattutto sui variabili sentimenti di un uomo preso in trappola da un destino maligno. In breve, Michele, in viaggio alla volta di Siena su un’auto prestatagli da un amico, incappa in una tetra serata di pioggia in alcuni incidenti apparentemente non gravi. Cioè, inavvertitamente “tocca” una macchina in sosta (e con premura s’incarica di lasciare un suo biglietto sul parabrezza del mezzo urtato), poi poco più avanti intravvede la sagoma di un corpo inerte al margine della strada. Si ferma, cerca di soccorrere il malcapitato, quindi avverte la polizia.

Questo, grosso modo, l’antefatto. Di lì a poco, intervengono gli agenti e sottopongono Michele a un interrogatorio quantomeno inusuale adombrando il sospetto che sia stato lui stesso a investire la vittima, oltretutto identificata come un importante personaggio locale. E da questo momento s’innesca in modo quasi letterale la classica vicenda di Josef K. nel Processo appunto kafkiano. Non c’è, comunque, una vera e propria sovrapposizione tra l’originario intrico del Processo e la vicenda dipanata in questa prova rigorosa e intensa di Luigi Lo Cascio. Anche perché nel clima teso, sempre in penombra del film, s’inserisce via via una piccola folla di avvocati, poliziotti, magistrati che orchestrano attorno al disorientato Michele una sarabanda a metà grottesca, a metà desolante destinata a inquinare pervicacemente e senz’alcuno scrupolo ogni superstite speranza di ripristinata giustizia e verità, la sola realtà che sta a cuore del povero Michele.

Forse l’empito morale e la passione emotiva di Luigi Lo Cascio nel proporzionare per lo schermo un racconto per molti versi esemplare lo induce a forzare un po’ l’intento drammaturgico, tanto da realizzare un film di sicura tenuta narrativa, ma talvolta troppo indugiante in suggestioni e figure quasi parodistiche. Ciò non toglie che La città ideale (smentito il fatto che si tratti di Siena, oltretutto ferita di recente da clamorosi scandali bancari) si imponga, anche a confronto con altre prove registiche di giovani autori, come una realizzazione già significativa del talento di Luigi Lo Cascio, attore e regista.

Detto ciò, vale la pena di ricordare quel che si è scritto a suo tempo del modello cui si rifà appunto La città ideale, ovvero Il processo: “Quando Josef K. si rende conto che nessun intermediario esiste tra lui e il processo, che tutto ciò che è fuori del processo di lui è processo, non soltanto, ma che egli pure è diventato parte del processo, allora non gli resta che attendere l’esecuzione di una condanna, già preannunziata”.  Sic transit gloria mundi.

Autore: admin

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