Sauro Borelli- “Hitchcock”, un film di Sacha Gervasi


Cinema    Il film della settimana

“PSYCO” E VECCHI MERLETTI

Locandina Hitchcock

“Hitchcock”, opera prima di Sacha Gervasi

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Cimentarsi per la prima volta nel lungometraggio a soggetto tirando in campo direttamente un monumento della storia del cinema come Alfred Hitchcock significa o avere un coraggio da leone o avere un gusto per il temerario a prova di bomba. Bene, Sacha Gervasi ha posto mano a una tale impresa con impavida risolutezza, dando di piglio, fin dal titolo icasticamente conciso, Hitchcock, alla vicenda esistenziale del proverbiale “maestro del brivido” e, insieme, all’inventore di quella pressoché perfetta macchina dell’orrore intrinseca al memorabile film Psycho (1959-1960).

Alla sua recente sortita sui nostri schermi la stessa pellicola – propiziata dall’abile sceneggiatura di John McLaughlin e da un team di interpreti magistrali: Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson – ha destato interessi e commenti perlomeno sconcertanti. Qualcuno ha lamentato (forse con qualche ragione) che il camuffamento fisico di Hopkins (sfigurato da un’obesità ostentata oltre il dovuto e in fissità espressive fuorvianti) nel ruolo dell’eroe eponimo risulta alquanto meccanico; altri, pur non disconoscendo la proprietà elegante come l’arguzia ricorrente della rappresentazione, imputa alla pur sagace trascrizione di Laughlin-Gervasi una misura stilistica piuttosto leziosa. Tutti addebiti, per quanto un po’ pretestuosi, non immotivati, ma in fin dei conti irrilevanti nella valutazione globale dell’opera in questione.

E diciamo subito perché. Anzitutto, l’impianto narrativo di Hitchcock, ispirato dal libro di Joseph Rebello L’incredibile storia di Psycho, svaria armonicamente dai fatti, dagli antefatti privati del grande cineasta e soprattutto del suo corrusco ménage coniugale con la volitiva, risoluta moglie Alma (sorta di acuta Pigmalione in gonnella) e inoltre dai casi orribili legati al nome del serial killer Ed Gein e, in particolare, all’episodio dell’efferato delitto avvenuto in un sordido motel californiano in cui rimane vittima una ragazza in fuga dall’Arizona, dopo aver sottratto dal posto di lavoro una consistente somma di danaro.

Ma, quest’ultima, come si sa bene è un’altra storia – ovvero, quella che campeggia, sconvolgente, cruentissima, nell’originario capolavoro di Hitchcock –: ciò che, ben altrimenti, prende corpo e senso compiuti nel film di Gervasi è la schermaglia ininterrotta e intrisa di umorali (e qualche volta umoristici) toni tra il dispotico Hitch e la moglie Alma, soprattutto quando, intenzionati a realizzare costi quel che costi (persino l’ipoteca della casa) il progettato Psycho a dispetto anche di produttori pavidi e dell’ipocrita incombenza della censura, fino a toccare punti di crisi quasi irreversibile. Ma, quando tutto il peggio sembra tarpare le ali alle idee creative del maestro, ecco che, grazie alla determinazione della moglie, la realizzazione e il faticato successo di Psycho compensano i due per battaglieri coniugi verso un happy end rituale e, tutto sommato, dovuto.

C’è ancora da dire che nell’ordito di questo racconto raffinato quanto convenzionale si avverte manifesto l’intento di prospettare in tutte le sue sfaccettature – decisamente non gradevoli – l’indole e gli atteggiamenti nevrotici e, di quando in quando, maniacali di Alfred Hitchcock qui rievocati specie riguardo alle sue inibizioni sessuali (la predilezione morbosa per le attrici algide e bionde: Grace Kelly, Ingrid Bergman, Tippi Hedren, ecc.) e ai suoi tabù comportamentali. Ciò che nel film di Gervasi è posto correttamente in rilievo senza forzature enfatiche o divagazioni inessenziali.

In effetti, Hitchcock ci restituisce il ritratto né apologetico né apocrifo di un indiscusso protagonista del grande cinema cavato proprio dal suo film più emblematico e rappresentativo. Infatti, giusto a tale proposito – si è scritto a ragione –: “… Psycho ci dice due cose sulla paura, fino allora impensabili: che essa diventa angoscia animale quando nessun elemento esterno è destinato a rassicurarci, e che il terrore non viene dalla rappresentazione della violenza, ma dalla sua snervante attesa”. Superfluo quasi aggiungere che, nel ben equilibrato cast (Helen Mirren, Scarlett Johansson soprattutto, mentre rimane in ombra la prova di Hopkins), e nella serrata tensione narrativa Hitchcock trova le sue più consistenti linee di forza. Checché ne dicano critici troppo rigidi o spettatori poco disponibili.

Autore: admin

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