Giuseppe Ardizzone-Limiti alla competitività delle imprese italiane

 

Agorà


LIMITI ALLA COMPETITIVITA’ DELLE IMPRESE ITALIANE

L’onere micidiale dei carichi  fiscali

Il recente rapporto della Commissione Europea sull’andamento dell’occupazione nell’area ha evidenziato un’ulteriore crescita della disoccupazione in Italia. Nell’ultimo trimestre 2012 la disoccupazione ha subito, infatti, l’accelerazione più marcata rispetto al trimestre precedente (+0,5%). Nello stesso periodo di riferimento, cala anche la produttività del lavoro e l’Italia registra uno delle peggiori performance fra i paesi europei: -2,8% nell’ultimo trimestre 2012, dopo il calo ancora più forte del 3% del precedente trimestre. L’Italia è anche il paese in cui il numero dei senza lavoro sta crescendo più velocemente. E’ quarta nella classifica degli Stati in cui pesa di più la disoccupazione di lunga durata, dopo Grecia, Spagna e Portogallo. L’altro Dato preoccupante è che, in generale, a causa della crisi in corso ben il 15% della popolazione vive in condizioni di difficoltà economica. Aggiungiamo un altro dato poco incoraggiante: quello del CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto).

Il Clup è dato dal rapporto tra il costo del lavoro per addetto (che comprende, oltre alle retribuzioni lorde, i contributi sociali, le provvidenze al personale e gli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto) e la produttività per addetto.In Italia, i salari nominali sono aumentati in relazione all’aumento del costo della vita; mentre, la produttività è rimasta ferma o è diminuita. Il CLUP del nostro paese evidenzia, pertanto, un costo sempre più elevato, con una perdita di competitività nei confronti degli altri paesi europei nostri principali competitors quali la Francia, la Germania, il Regno Unito ecc.Vi è uno stretto legame fra le possibilità di crescita economica, la competitività delle nostre imprese, il livello di disoccupazione e la crescente situazione difficoltà economica del 15% delle famiglie italiane.

Non potendo contare su di uno sviluppo a breve della domanda interna, per le evidenti difficoltà di un ampliamento dei consumi e della spesa pubblica, diventa sempre più importante lo sviluppo delle nostre esportazioni. La competitività delle imprese ne diventa un fattore essenziale.Quali sono i fattori che la limitano? Sicuramente il primo è ben rappresentato dalla pesantezza del CLUP; ma, altrettante difficoltà nascono a causa dall’elevato carico fiscale e dal costo dei finanziamenti. Nella maggior parte dei casi il peso di questi due ultimi fattori è talmente rilevante da essere altrettanto decisivo per la sopravvivenza, lo sviluppo e la competitività delle nostre aziende. Consideriamo dapprima le possibilità di miglioramento dell’andamento del CLUP. Come abbiamo detto esso dipende da un lato dall’andamento dei salari e dall’altro dalla produttività. Pensare di riuscire a migliorare la situazione attraverso una riduzione dei salari è una scelta difficile anche perché l’Italia, all’interno dei paesi più industrializzati, è uno di quelli con i salari netti più bassi.

IL valore medio è di ca. 25.303 dollari (salario netto) nel 2012, al 22esimo posto sui 34 Paesi Ocse e all’ultimo tra i maggiori Paesi europei: anche la Spagna ha un salario medio netto superiore (27.500 dollari). Il dato italiano resta al di sotto della media Ocse che è di 28.090 dollari. Diversa è invece la situazione se parliamo del costo lordo che aumenta notevolmente a causa dell’elevato cuneo fiscale. I margini per una riduzione del costo del lavoro sono pertanto legati principalmente ad una riduzione del carico contributivo e fiscale specie nei confronti delle parti deboli del lavoro per favorirne l’occupazione. E’ possibile tuttavia tentare di operare il più possibile favorendo la contrattazione aziendale anche in deroga a quella nazionale dove possibile, bloccare per un periodo limitato gli adeguamenti al costo della vita e gli scatti d’anzianità. I costi sociali sono comunque elevati ed in cambio di tutto questo bisognerebbe ottenere maggiori garanzie lavorative per i giovani, le donne, i lavoratori del mezzogiorno e la riduzione complessiva dell’utilizzo del lavoro atipico. La vera battaglia si vince in ogni caso sul campo della maggiore produttività.

Essa va aumentata grazie alla stretta relazione fra formazione, innovazione e produzione. I risultati non sono mai a breve, è vero, ma sottovalutare il problema e non porre in atto politiche mirate ad un rapido recupero di questo scarto ci condanna ad assumere un ruolo marginale stabile. Rinunciare ad un forte sviluppo della produttività significa puntare su produzioni ad alto contenuto di lavoro semplice, cercando inoltre di abbassarne il più possibile il costo. Inevitabilmente, una strada di questo tipo ci conduce verso tipi di produzione meno complesse ed arretrate. Il pericolo è pertanto di entrare in una spirale del sottosviluppo. Il nostro mezzogiorno ha vissuto e vive da molti anni una logica di questo tipo, basata sulla connivenza malefica con la delinquenza organizzata ed il lavoro nero, privo di garanzie e di protezione sociale. Non possiamo perdere competitività nei settori strategici della produzione mondiale. E’ importante un recupero della produttività sull’onda di maggiori investimenti in tecnologia innovativa.

Un ultima considerazione che va fatta   è che abbiamo assistito in questi anni ad una profonda diversificazione del mercato del lavoro che spesso sfugge alle statistiche. Il dato medio è, infatti, composto da un lato dalla remunerazione di lavoratori a tempo indeterminato, ma, dall’altro, le posizioni a tempo determinato, parziale, a progetto ecc.incidono percentualmente in maniera significativa.  Che effetto riduttivo del costo complessivo ha la loro presenza?  La mia impressione è che assistiamo ad un tragico dualismo del mercato del lavoro italiano che sia in termini di costi, sia di garanzie, sia di prospettive ha operato una profonda frattura generazionale, di genere e territoriale all’interno dei lavoratori. Non parliamo inoltre dell’incidenza statistica che avrebbero tutti i lavoratori in nero che in molte regioni rappresentano una realtà importante e le ore di cassa integrazione che permettono a molte grandi aziende di sopravvivere. Qual è il costo unitario del lavoro in Italia? E’ probabilmente un costo, diversificato al suo interno in mille realtà contraddittorie, che permette la sopravvivenza delle aziende ma con grosse difficoltà di mantenere una prospettiva di lungo periodo. Veniamo adesso a considerare altri punti che gravano pesantemente sulla competitività delle nostre imprese: il carico fiscale e gli oneri finanziari.

Per quanto riguarda il carico fiscale bisogna ammettere che l’IRAP rappresenta un onere micidiale.Sarebbe tuttavia superficiale una condanna che non tenesse conto dei motivi strutturali di lotta all’evasione che hanno contribuito a generarla. L’abolizione dell’IRAP vale almeno 20 miliardi d’euro e mi sembra difficilmente realizzabile anche se auspicabile. Si può semmai valutare un alleggerimento d’entità pari all’eventuale soppressione d’aiuti alle imprese, legandolo comunque ad un obbligo alla capitalizzazione degli utili.

Dal lato dell’equilibrio finanziario delle imprese, va evidenziato che molto è legato alla condizione di diffusa sottocapitalizzazione. Conseguenza della loro abitudine di evitare il più possibile l’evidenziazione degli utili per evitare una pesante tassazione. La seconda motivazione è stata anche di evitare gli obblighi societari connessi ad una dimensione più ampia (sindaci, sindacati ecc). Se in questi anni il basso costo del denaro ha consentito di supplire alla diffusa sottocapitalizzazione, ricorrendo alla leva finanziaria (con il benestare di un sistema bancario che ha accettato le garanzie personali mobiliari ed immobiliari a sostegno, in mancanza di un capitale responsabile aziendale sufficiente), oggi, la situazione è radicalmente diversa. Il peso finanziario è eccessivo, il costo insostenibile e mette in discussione la stessa sopravvivenza delle aziende, impedendo qualunque investimento teso al miglioramento della produttività. La situazione finanziaria dello Stato e lo spread dei nostri titoli pubblici hanno delle conseguenza sul costo dei finanziamenti per le imprese ed anche sulla competitività complessiva del nostro sistema produttivo.Come possiamo sostenere dei finanziamenti alle aziende sul 7 –8 per cento mentre nel mondo le Banche Centrali giapponese, americana inglese si avvicinano al tasso zero e all’interno dell’area euro paghiamo dai tre ai quattro punti in più rispetto alle economie più forti?

Diventa urgente riaprire i canali del credito alle imprese penalizzati sia dalla debolezza patrimoniale delle banche, sia dalla loro preoccupazione per l’aumento delle insolvenze. La garanzia dello Stato può consentire un alleggerimento del peso del rischio nei confronti del patrimonio di garanzia ed una maggiore disponibilità alla concessione del credito. L’utilizzazione dei Confidi può inoltre permettere un effetto moltiplicativo della stessa garanzia statale così come sarebbe auspicabile una maggiore azione diretta della Cassa Depositi e Prestiti. Vanno stimolati anche nel nostro paese gl’interventi sul capitale da parte dei fondi di private equity per il rafforzamento di quelle imprese che, pur non di grandi dimensioni, si presentano fattive e dinamiche. In questo senso va sottolineato l’importanza del Fondo d’investimento italiano anche se con una dotazione ancora modesta. Va incrementato e sostenuto il ricorso all’emissione di prestiti obbligazionari e convertibili. Vi sono poi opportunità di utilizzare disponibilità europee.La Banca europea per gli investimenti (BEI) riceverà altri 10 miliardi d’euro e potrà quindi fornire finanziamenti supplementari per 60 miliardi nei prossimi tre o quattro anni, mobilitando inoltre un importo tre volte superiore presso altre fonti di finanziamento.

Sono poi da utilizzare i fondi strutturali UE a sostegno della crescita in particolare delle PMI. Occorre utilizzare appieno anche gli strumenti del programma per la competitività e l’innovazione, che hanno già mobilitato 2,1 miliardi d’euro di fondi di venture capital e fornito 11,6 miliardi d’EUR di prestiti alle PMI. Nessuno dei tre fattori su descritti (CLUP, oneri fiscali, costi finanziari) può essere sottovalutato o trascurato. Abbiamo un punto di forza rappresentato dal buon controllo del deficit annuale previsto al di sotto del 3%. Dobbiamo poter utilizzare questo margine per agire sui tre punti sopraelencati e tentare di far ripartire la crescita attraverso una maggiore competitività delle nostre imprese. Un’altra fonte di risorse può venire dalla dismissione del patrimonio pubblico. L’ultima è la riqualificazione della spesa pubblica e la sua riorganizzazione complessiva.Non c’è solo da risparmiare, c’è soprattutto da riorganizzare l’utilizzo di questa spesa, in modo da rappresentare un’economia esterna per la popolazione e per le imprese, oltre che una fonte diretta di reddito aggiuntivo. Bisogna complessivamente  privilegiare il lavoro rispetto alla rendita sia essa immobiliare sia finanziaria. La ricchezza di un paese nasce solo ed esclusivamente dal lavoro.

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Autore: admin

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