Sauro Borelli-L’America fuori di testa (“Il lato positivo”)

 

Il mestiere del critico


L’AMERICA FUORI DI TESTA

Locandina italiana Il lato positivo - Silver Linings Playbook

“Il lato positivo” il nuovo film di David O. Russell

 

In una piccol.a comunità nei pressi di Filadelfia – i famosi suburbs, serbatoi di nevrosi e conformismo – si scompone e si riaggiusta l’esistenza, certo, non troppo gratificante di una middle class un po’ sgangherata (specie dopo la tragedia delle Due Torri, a New York, e le prime avvisaglie della grande crisi tuttora in atto). E’, in tale contesto, che prende vita e sviluppo il romanzo di Matthew Quick L’orlo argenteo delle nuvole (da un verso di John Milton, il secentesco autore del Paradiso perduto) cui si è rifatto, con qualche licenza, il cineasta cinquantenne David O. Russell (già accreditato di un pregevole film quale The Fighter) per realizzare il suo tutto nuovo Il lato positivo.

Si tratta, nel caso particolare, di un film abbastanza singolare, a metà tra la moderata tragedia e l’arguta commedia, ove i personaggi maggiori – Pat, ex professore fuori di testa a causa di un infortunio coniugale e conseguente fattaccio di violenza, Tiffany, giovane vedova un po’ ninfomane che vuol riconquistarsi un ruolo più normale, gli esagitati genitori di Pat, un padre assatanato col foot-ball americano e le scommesse, la madre casalinga invadente, e tutta una cerchia di figure più o meno segnate da maniacali idee fisse – parlano, straparlano, mettono in campo iniziative balzane pur di avere qualche parte nel succedersi farraginoso di vicende insensate.

In ispecie, Pat, dimesso da un istituto psichiatrico, dopo otto mesi di cura intensiva, con l’interdizione di riavvicinarsi alla pur fedifraga consorte, non sa darsi pace d’una tale situazione e, tornato presso suo padre e sua madre che lo subissano di balordaggini e consigli sballati, tra corse mattutine e chiacchiere in libertà si complica ulteriormente la vita litigando e facendo a botte con amici e vicini, tanto da essere guardato a vista da poliziotti e psichiatri. In questi frangenti, salta fuori la disinibita, avvenente vedova Tiffany che, determinata a riscattarsi da troppi passi falsi, si mette in testa di catturare il pur schizofrenico Pat per convolare a un nuovo, risanatore matrimonio.

Soltanto che l’inquieto, inquietante Pat – preso, tra l’altro, da un’inspiegabile idiosincrasia per Hemingway (soprattutto per la sfortunata vicenda sentimentale di Addio alle armi) – è del tutto recalcitrante a tale prospettiva, anche perché morbosamente legato al ricordo della moglie, soprattutto quando un carezzevole motivo musicale riecheggia nei dintorni.

Insomma, siamo nel folto di bisticci e scontri peggio che inestricabili, con tutte le dramatis personae alla ricerca ossessiva di una “normalità” che sembra del tutto incongrua nella dissestata enclave piccolo-borghese. Anzi, questo disadattamento generale risulta proprio una sorta di carattere distintivo di una pratica di convivenza fuorviante. Basta vedere, ad esempio, con quale fanatismo fazioso si vive il tifo sportivo o, peggio, si organizza, si partecipa a una demenziale gara di ballo ove, appunto, i tormentati Pat e Tiffany dovrebbero sublimare “in positivo” le loro rispettive sindromi amorose, finalmente approdando al famigerato (ma non indebito happy end).

Così, grosso modo, la tragicommedia imbastita da David O. Russell si tramuta, con reiterati segni e allusioni, da uno spettacolo orchestrato con abile mestiere in metaforica pantomima destinata a rappresentare (con nessun aspetto positivo) la marginalità sociale (non meno che politica) di larghi strati della realtà americana indugiante irreflessivamente su riti e miti ormai usurati. Infatti, anche se elitarie cerchie intellettuali od ottimati della cultura più alta caratterizzano la fisionomia civile dell’America più avanzata, è qui, nei riposti angoli di una socialità distorta – da ciò significativamente i risvolti psichici deviati di tanti personaggi – che prendono spessore e divario patologici generalmente insanabili o soltanto epidermicamente risolti con pur brillanti “lieto fine” come, appunto, nel Lato positivo.

C’è da dire, peraltro, che il “film a tesi” di Russell, ché tale si dimostra davvero al di là del plot più esteriore, trova un brillantissimo supporto nella prova strepitosa di un team di attori in stato di grazia: a cominciare da Broodley Cooper (Pat) a Jennifer Lawrence (Tiffany), da Robert De Niro (il padre) a Jacki Weaver (la madre), a tutti i restanti comprimari. Non senza merito, infatti, alcuni di questi bravi professionisti sono transitati, con qualche profitto, dalle parti dell’Oscar, come ad esempio la volitiva, trascinante Jennifer Lawrence. In definitiva, se Il lato positivo lascia un po’ l’amaro in bocca, può essere quantomeno calzante il motto di Milton cui s’impronta l’intiera vicenda, ovvero che, per quanto campare sia talvolta desolante, c’è sempre, consolatorio, “l’orlo argenteo delle nuvole”.

Autore: admin

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