Agata Motta-“La chiamata” di E.Palazzolo al Teatro Biondo.Palermo

Dal romanzo alla messinscena

PAESAGGIO UMANO: CON MAFIA

“La chiamata” di Egle Palazzolo. Regia di Salvo Tessitore.Teatro Biondo di Palermo

Un interrogatorio, condotto da un giudice paziente che cerca di comprendere le motivazioni che hanno condotto un “bravo ragazzo” ad un delitto mafioso, potrebbe non offrire alcun appiglio alla teatralità. Eppure, questo “La chiamata. Storia di un ragazzo che non sapeva sognare” di Egle Palazzolo (dal romanzo “La chiamata”, pubblicato dall’Istituto Poligrafico Europeo – Casa Editrice, Palermo) contiene in sé una magnetica forza drammaturgica che il regista Salvo Tessitore ha saputo tirare fuori per la costruzione di un racconto avvolgente, fatto di immagini e parole che si incontrano in felice combinazione. L’assunto base dello spettacolo, prodotto dal Biondo, è quello dell’ereditarietà della cultura mafiosa che sembra non offrire possibilità di scampo e di redenzione. Vincenzo Crivello dà vita al personaggio di Gaspare, terzogenito di una famiglia di piccola manovalanza mafiosa, con una perfetta aderenza fisica, linguistica, psicologica, tanto da farlo vivere letteralmente sulla scena, con la sua “diversità”, avvertita come mancata adesione a codici incomprensibili, con le sue paure, i suoi sogni e il suo futuro spezzato.

Massimo D’Anna è un giudice severo, a tratti arrabbiato per la supina, ottusa passività dell’imputato, per quella rinuncia ai sogni che infrangerà inevitabilmente il piccolo paradiso di speranze costruito all’estero con il lavoro e con l’amore. La Madre è un’inquietante figura di donna di mafia, personaggio assente ma vivissimo in ogni piega della narrazione, controfigura negativa della fidanzata Rosaria, che invece è un’aerea figura che danza nella vita di Gaspare, fonte rigeneratrice che può illudere il ragazzo di aver trovato un’altra identità, sana e concreta, non più contaminata dal peccato originale. In quella madre – protettiva e attenta alle esigenze del figlio, ma contemporaneamente spietata nell’accettazione della logica delle “ammazzatine”, del carcere, della latitanza – è racchiuso il mistero di una vita sbagliata. E’ dalla madre, infatti,  che partirà “la chiamata” per il figlio (quel figlio prima assecondato nello studio e poi allontanato in Argentina per la costruzione di un futuro senza ipoteche), il rientro in scuderia per completare ciò che lui solo può portare a termine nella piena consapevolezza della rovina. La condanna morale del giudice è netta. Egli rovista nei fatti, già perfettamente noti, per rintracciarvi un barlume di coscienza, una possibilità di redenzione scovata nelle tre ore di ritardo in aeroporto (l’aereo diviene luogo simbolico, grembo generatore nel viaggio d’andata e ventre fagocitante in quello di ritorno), tempo e luogo sospesi tra l’Argentina della rinascita e la Sicilia della “catastrofe”, nel senso che il termine assume nella tragedia greca. In quelle tre ore prevale il richiamo del sangue e la scelta si compie attraverso una precisa rinuncia a scegliere.

Le cose vanno come devono andare, Gaspare è una piccola pedina che esegue ordini superiori, non ha pietà per il coetaneo compagno di giochi ucciso a sangue freddo, non ha pietà per se stesso, il se stesso autentico, non quella larva di uomo nuovo, quell’identità di carta che è ha vissuto la parentesi argentina. Sono tanti gli elementi giocati dal regista affinchè l’origine letteraria del testo si innervi di teatro: il prezioso ricamo delle luci di Pietro Sperduti; la suggestione delle voci fuori scena; le figurazioni di Silvia Giuffrè, agìte dietro un velatino che funziona come un flou cinematografico;  i piccoli mutamenti di posizione degli attori sulla scena, pregni di significato se letti in sintonia con gli snodi drammaturgici; tutto funziona da armonico collante affinché dal libro scaturisca lo spettacolo.  L’autrice lavora molto anche sulla lingua, un italiano sporcato da un dialetto quasi letterario, che si apre a squarci poetici e che sembra porre quasi sullo stesso piano culturale giudice e imputato, quell’imputato che si era illuso di trovare nei libri l’alternativa all’ignoranza e al degrado mafioso. Nel richiudere il faldone giudiziario, nel porre fine a quella storia, il giudice sottolinea che quella mostrata non è l’unica strada percorribile. Per fortuna, esistono tanti altri che, al contrario di Gaspare, hanno saputo sognare: una condanna, dunque, che ha il sapore della speranza, come sempre accade nei tanti lavori che si occupano del fenomeno mafioso. Infine il sogno riappare, nella solitudine dei ricordi, nella danza leggera della giovinezza e dell’amore, non più afferrabile, non più sognabile.

Autore: admin

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