Franco La Magna- La moviola del tempo: “I fidanzati” di Ermanno Olmi


La moviola del tempo

I FIDANZATI

locandina del film I FIDANZATI

Mezzo secolo fa, Ermanno Olmi realizzava in Sicilia il suo terzo lungometraggio: un gioiello

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Esattamente cinquanta anni fa, un mese dopo aver ottenuto il visto censura, usciva nelle sale cinematografiche italiane “I fidanzati” (1963), terzo lungometraggio del lombardo Ermanno Olmi, ex dipendente della Edisonvolta per la quale nell’arco di poco meno d’un decennio aveva realizzato alcune decine di documentari industriali. Confermando la schietta vocazione ad una poetica intimistica (già evidenziata con i primi, delicatissimi, “Il tempo si è fermato” e “I posto”), l’attenzione alla natura, alla quotidianità, ai “personaggi umili e semplici” e trattando la materia con uno stile inequivocabilmente influenzato dalla formazione documentaristica, con “I fidanzati” Olmi spinge l’indagine psicologica sui turbamenti, gli squilibri e le ubbìe dei sentimenti d’una stanca coppia di fidanzati milanesi, solo in apparenza colta da improvvisa crisi a causa del trasferimento dell’uomo in Sicilia.

All’operaio Giovanni (Carlo Cabrini) viene offerta l’occasione d’un avanzamento di carriera, a patto che accetti di lavorare temporaneamente presso un opificio della zona industriale di Siracusa. Ma la fidanzata Liliana (Anna Canzi) non gradisce il pur momentaneo allontanamento. Offesa e delusa dalle resistenze di Giovanni, già deciso a partire (e di cui s’adombra un’infedeltà), Liliana si schermisce e tra i due la separazione sembra incombere inevitabile. In realtà, come si scoprirà alla fine, il trasferimento è soltanto un pretesto per scatenare la crisi già in atto. Routine, incomunicabilità, abitudine a stare insieme credendo di non essere soli, saranno infine spezzate – attraverso una comunicazione epistolare – paradossalemnte proprio dal “provvidenziale” distacco. La lontananza aiuterà entrambi a capire e il rapporto rivivrà su più solide basi.

Non dimentico della passata esperienza documentaristica, tra le sequenze girate dal vero, pur nel contesto d’un cinema di finzione, una lunga ripresa di otto minuti (il film ne dura 84’) Olmi dedica al Carnevale di Paternò (anticipato da un lancio di coriandoli di bimbi), una volta in auge, ma dove il senso di solitudine (già ampiamente annunciato attraverso lo squallore delle pensioni, le solitarie passeggiate domenicali…), di spaesamento, di sradicamento culturale e di vero e proprio contrasto di culture provato da Giovanni, è magistralmente espresso dall’ostilità dell’ambiente (perfino climatica: il caldo torrido, gl’improvvisi temporali…), essenzialmente la zona industriale di Siracusa, ma altresì dallo stesso Carnevale paternese, dove non esiste più la vecchia consuetudine delle donne di mascherarsi con cappucci e un lunghi mantelli neri (le c.d. “ ntuppatedde”) per ballare con uomini sconosciuti, liberatorio rito di origine catanese (“agatino”) di chiaro, per quanto sublimato, contenuto sessuale. Un richiamo alla tradizione (ancora non del tutto scomparsa al tempo della lavorazione avvenuta nel 1962) Olmi trova modo d’introdurlo, contaminando le riprese dal vero con una breve sequenza in cui una donna di Catania mascherata abbordato Giovanni “…finge di corteggiarlo e lo trascina invece sotto un mascherone che lo ricopre di coriandoli…La festa carnascialesca di Paternò sembra agganciarlo entro le spire di una allegrezza frastornata, ma basta che un vecchio, ubriaco e incerto sulle gambe, barcolli indietro tra la folla perché Giovanni venga risospinto di colpo, suo malgrado nel passato: ripensa al padre inebetito per il vino, alla signora che lo ha accolto come un pensionato…” (A. Pesce).

Girata soprattutto tra Siracusa e la zona industriale di Priolo, l’opera di Olmi, a distanza di mezzo secolo (a parte l’apologo morale), assume oggi uno straordinario valore documentaristico con la ripetuta mostrazione d’una zona aggredita “dall’insediamento industriale sorto allora da pochi anni lungo il tratto di costa che va da Priolo ad Augusta…mutazione genetica che ne segnerà a fondo i tratti. Il film coglie acutamente questa trasformazione e la esplicita in alcune battute dei dialoghi tra gli operai del nord che lavorano nella zona industriale. Il film consente inoltre di vedere luoghi della città di Siracusa che oggi presentano un aspetto diverso: piazza della Vittoria, prima degli scavi archeologici; piazza Euripide, con la chiesa della Madonnina, prima della costruzione del Santuario. E’ visibile anche l’abitato di Marina di Melilli, di cui oggi rimane qualche rudere. Una sequenza è girata lungo la spiaggia di Fondaco Nuovo” (F. Ortisi, “Siracusa, si gira!”, Romeo Editore, 2000). Sempre attentissimo, in queste prime opere, alla realtà industriale (che via via andrà scemando nella produzione della maturità), Olmi non dimentica d’indugiare anche su quella contadina (un lento passaggio di pecore, una salina, un mulino), sui mestieri più umili (il cameriere che racconta dei problemi familiari), sulle lamentele avverso il carovita, sui vecchi e sui bambini, i cui sguardi nivei ed incantati chiudono il film.

Con un sapiente uso dialettico di flashback e flashforward, una complessa orditura di ponti sonori, gerghi, rumori contrapposti alla musica, asincronismi dialogo-immagine, improvvisi silenzi e stridenti contrasti scenografici, Olmi costruisce con “I fidanzati” un malinconico, minuzioso e commovente dramma intimista, ambientando turbamenti esistenziali e sbandamenti della coscienza (così come aveva fatto nel 1957 Visconti con “Il grido”) tra un proletariato ormai lontanissimo dalla palingenesi rivoluzionaria, anticipando il ripiegamento su quel “privato” aborrito negli anni successivi (salvo poi ad essere più criticamente o cinicamente recuperato in quelli del riflusso), alla ricerca di valori più profondi in un mondo ormai degradato e privo d’innocenza. Piccolo capolavoro perlopiù sottovalutato dalla critica, incassò appena 39 milioni.

Autore: admin

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