Anno VII, 29 | 04 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Franco LA MAGNA- ln bocca lupo! Viva il lupo! ("La vera storia di Cappuccetto Rosso". Al Piccolo di Catania) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 19 Dicembre 2016 10:21

 

Lo spettatore accorto

 



IN BOCCA AL LUPO! VIVA IL LUPO!



"La vera storia di Cappuccetto Rosso", regia di Gianni Salvo -Piccolo Teatro di Catania

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Riproposta  dal “Piccolo Teatro della Città” di Catania in una delle tante varianti (quella dell’inglese Lewis Carroll, celeberrimo e chiacchierato autore di “Alice nel paese delle meraviglie”), “La vera storia di Cappuccetto Rosso”, rielaborata da Domenico Carboni per la regia di Gianni Salvo (che cura amorevolmente tutte le regie delle rappresentazioni dedicate ai piccoli, oltre ad altre due della stagione 2016-2017), ribalta le ormai classiche versioni di Perrault e dei fratelli Grimm in una visione pedagogica e “buonista” a favore del bistrattato lupo cattivo, assolvendolo alla fine dall’accusa infamante d’aver divorato la povera nonnetta di Cappuccetto Rosso.

Oggetto d’ardite analisi psicanalitiche e metafore d’ogni specie, qui la fiaba della bimba dalla mantella rosso fuoco (che inventa, durante l’attraversamento del bosco, incontri con personaggi d’altre favole) chiude affidando alla giuria popolare dei piccoli spettatori il giudizio finale, chiamando a testimoniare i due protagonisti principali della storia: la stessa Cappuccetto Rosso e il Lupo. Vergata la condanna emessa dalla giuria (inevitabilmente a favore della piccola, per quanto non siano mancati i voti a favore del lupo), l’improvvisa ricomparsa della nonna scagiona definitivamente il lupo da ogni colpa, ingozzatosi soltanto svuotando il frigorifero dell’amica-nonna.

L’operazione di riabilitazione del quadrupede carnivoro (che non perde occasione di ricordare che anche gli esseri umani lo sono) si completa spiegando ancora ai piccoli spettatori il detto “In bocca al lupo”, al quale invece di rispondere “Crepi il lupo!” (perché il lupo afferra i piccoli con la bocca per riportarli al sicuro nella tana), si dovrebbe correttamente rispondere “Viva il lupo!”.

Sconvolgendo intelligentemente consolidati luoghi comuni e abituando i piccoli allo spettacolo teatrale, “Il Piccolo Teatro della Città” prosegue e consolida così (con opportuni strumenti didattici) una tradizione che fa della città etnea, nonostante gravi vicissitudini, il polo guida dello spettacolo teatrale in Sicilia. Briosa e coinvolgente la regia di Salvo.

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"La vera storia di Cappuccetto rosso" rielaborazione Domenico Carboni da Lewis Carrol

Interpreti: Alberto Nicola Orofino, Carmen Panarello, Davide Sbrogiò, Maria Rita Sgarlato; musiche di Pietro Cavalieri.

Regia di Gianni Salvo

Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2016 19:06
 
Franco LA MAGNA- Pirandello rivisitato. Centomila, Uno, Nessuno (G. Pambieri al Piccolo Teatro della Città di Catania) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 05 Dicembre 2016 14:20

 

Lo spettatore accorto

 

 

CENTOMILA, UNO, NESSUNO

La curiosa vicenda umana di Pirandello- Giuseppe Pambieri (nella foto) al Piccolo Teatro di Catania

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Avviato speditamente verso la fine, il 2016 non sarà certo ricordato in Italia come l’anno dell’80° della morte di Luigi Pirandello, schiacciato dall’incredibile, martellante, ossessiva, campagna mediatica lanciata per l’ingombrante referendum costituzionale voluto (e perso) dall’ex primo ministro Matteo Renzi. Sic transit gloria mundi. Non sono tuttavia mancate nell’intera penisola le proposte teatrali tratte o ispirate dall’imponente corpus letterario lasciato dal grande drammaturgo agrigentino, Premio Nobel per la letteratura nel 1934.

Anche il Piccolo Teatro della Città di Catania in omaggio alla ricorrenza ha proposto, nei giorni scorsi in due repliche, “La curiosa storia di Luigi Pirandello”, monologo scritto e diretto da Giuseppe Argirò, letto e recitato da un effervescente Giuseppe Pambieri

Con un ncipit  forse non esente da retorica ma pur sempre efficace (“… io dunque sono figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché sono nato in una nostra campagna, che trovasi presso un intricato bosco, denominato Càvusu dagli abitanti di Girgenti: corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kàos)  “Centomila, Uno, Nessuno” di Argirò, riprende - mescolando con efficacia drammaturgica in un mélange intrigante e coinvolgente - tranche de vie, brani noti e meno noti delle opere dell’Agrigentino, percorrendone a balzelloni la “curiosa” esperienza esistenziale.

Illuminazioni,  dall’infanzia ai difficili rapporti con in genitori, in particolare con il padre (ex garibaldino) e la serva-governante (dalla quale ascolta stupito e terrorizzato racconti intramati dì ectoplasmi e streghe), alle lunghe peregrinazioni durante gli studi (da Palermo, a Roma, fino a Bonn, dove conobbe e s’innamorò d’una ragazza tedesca con la quale visse per qualche tempo), fino al matrimonio d’interesse con Antonietta Portulano, affetta da una gelosia paranoica che finirà per condurla in un ospedale psichiatrico, al crollo finanziario a causa dell’allagamento della miniera di zolfo del padre, all’ “innamoramento” per l’attrice Marta Abba, che diventerà la sua musa teatrale.

Molto poco spazio o quasi nulla dedica il lungo monologo di Argirò al successo planetario dell’opera di Pirandello, ai suoi intensi (e come sempre insoddisfacenti) rapporti con il cinema e soprattutto alla dichiarata e contorta adesione al fascismo (per quanto tormentati sarebbero stati fino alla fine i rapporti con il regime e Mussolini), giungendo infine quasi d’improvviso alla morte (1936): «Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi»

Scommessa vinta quella del monologo (sempre a rischio di tediosità), retto dall’istrionica performance di Giuseppe Pambieri, che modula repentini passaggi di registri recitativi, muovendosi sul palcoscenico con la studiata nonchalance di consumato attore teatrale (indimenticabile l’interpretazione televisiva del 1972 di “Sorelle Materassi”, che lo fece conoscere al grosso pubblico), ormai padrone della scena.

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"Centomila, Uno, Nessuno", scritto e diretto da Giuseppe Argirò

Con Giuseppe Pambieri; videoproiezioni Claudio Amendola, Sara Angelucci; aiuto regista Stefania Chessa; luci e fonica Simone Raimondo

Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Dicembre 2016 18:40
 
Teatro del Canovaccio, Catania-"Insolita Solidificazione" novità assoluta di Franco La Magna PDF Stampa E-mail
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Domenica 04 Dicembre 2016 09:53

 

Cartellone

 

INSOLITA SOLIDIFICAZIONE

Dall’8 all’11 dicembre al Teatro Del Canovaccio di Catania andrà in scena una novità assoluta, una  tragicommedia assurdo-grottesca di Franco La Magna.

Pubblichiamo  le note di regia di Anna Di Mauro.

La tragicommedia “Insolita solidificazione” si è scelto di articolarla su due opposti binomi per  l'intera  struttura drammaturgica: Eros/Thanatos. Realtà/Finzione. Sull'onda di una persistente chiave ironico-grottesca, i quattro visionari e inconsapevoli personaggi della storia,  prigionieri della Caverna di platonica memoria, si  fiancheggiano, sgangherati cavalieri dell'Apocalisse del terzo millennio, in contrapposizione, in tandem, in sinergia. Portatori e protagonisti di una catastrofe annunciata dalla voce fuori campo di un misterioso personaggio, continuano a trascinare  le loro insensate vite, povere di affetti, intrise di falsi valori, di fumose ambizioni, ironicamente velate di sfumature sessuomani e sadomaso.

Pindaro, maturo critico cinematografico, si ammanta di intellettualismi  eruditi e pseudo culturali, vestendo la sua scarna umanità dei soliti segreti, ma non troppo, sogni di harem e strepitosi successi nel mondo della cultura. A lui si affiancano la solita stanca moglie Eleonora, vittima/persecutore, avida, senza una vita propria; Eulalia, la segretaria, la solita belloccia rampante; Teodoro, il solito giornalista televisivo senza scrupoli, in preda a deliri di onnipotenza televisiva. Niente di nuovo sotto il sole. Stereotipi sì, ma vivificati da un'incisiva strizzatina d'occhio al cinema, la grande illusione,  tesa a sottolineare, esaltare, svelare - tanto umoristicamente quanto  impietosamente - la falsità delle loro vite di inconsapevoli gusci vuoti, opportunisti, manipolatori, vanesi, intrisi di falsi valori, inficiati in  relazioni stagnanti, distorte, permeate di incomunicabilità.

Tra brani di film, musiche da film, citazioni da film, filmati TV, che percorrono tutta la pièce in un sorridente omaggio alla decima musa, si sviluppano eventi che porteranno alla catastrofe annunciata delle sordide vite di questa umanità senza umanità:  una insolita, anche se non del tutto inaspettata e per certi versi ridicola, solidificazione. Nell’azione teatrale finzione e realtà si confondono sfumando i contorni in un indistinguo dove la materia filmica si fa carne e viceversa:  una laica transustanziazione che l'incipit apocalittico, ispirato al mitico film Dies irae di Dreyer del '42, annuncia, discostandosi, ma solo apparentemente, dal  tono generale, ironico e sardonico dell'intera pièce.

I personaggi sono qui rappresentati come eterni bambini, adulti mancati, buffamente intenti a giocare i giochi dell'infanzia, su un sedile (originale) di un'arena cinematografica, davanti a un incombente Dio-Occhio su cui scorrono immagini mediatiche, falsità squarciate da attimi di verità

e dalla  poesia del sogno. Dentro questo  impietoso quadro i personaggi  vivono fino alla completa pietrificazione annunciata. Il Convitato di pietra è l'evidente ispirazione di questa fantascientifica, metaforica storia. Don Giovanni, il dissoluto, non si pente. Sfiderà il Sacro sprofondando all'Inferno. I nostri “eroi” invece, terrorizzati e insipienti, lontanissimi dalla grandezza maledetta del libertino, scivoleranno inesorabilmente verso l'insolita fine, destinata ad una genia ormai sempre più lontana dalla vita semplice, dalla natura salvatrice, dal rispetto della dignità dei sentimenti. Pietrificati? Tutti? Per sempre? Perchè?

Non ci sono risposte in questa pièce, ma solo domande per una riflessione esistenziale che ci faccia sorridere insieme, seppur amaramente, delle fragilità della condizione umana. Forse basterà un piccolo gesto di solidarietà per sciogliere i lacci che ci impediscono di essere uomini  liberi e autentici? Illusioni di foscoliana memoria? Per dirla con Pascal, perché non scommettere sull'Azione Buona che può rendere felici noi e gli altri?

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Insolita solidificazione di Franco La Magna

Con Fiorenza Barbagallo, Maria Barbagallo, Giovanni Calabretta, Pippo Tomaselli

Voce Fuori campo Saro Pizzuto

Costumi Teatro del Canovaccio

Scene e riprese video Gabriele Pizzuto

Luci Simone Raimondo

Video mapping Giuliano Lo Faro

Regia Anna Di Mauro

Ufficio Stampa  Anna Alberti

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tel. 3480087223

Produzione: Teatro del Canovaccio - Catania

8-9-10 dicembre h. 21,00; 11 dicembre h. 18,00


Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2016 19:15
 
Anna DI MAURO- Due sorelle, un catafalco ("La casa della nonna" di N. Romeo. Teatro Ambasciatori, Catania) PDF Stampa E-mail
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Domenica 04 Dicembre 2016 11:14

 

Lo spettatore accorto

 

 

DUE SORELLE, UN CATAFALCO

La casa della nonna 2016

"La casa della nonna" di Nino Romeo di scena al Teatro Ambasciatori di Catania

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Scomodo, poetico, irridente, inesorabile, si snoda il dialogo a due voci femminili, con un intercalare maschile dai tratti cupi e quasi esilaranti. Scandito in quadri dall'intramontabile musica dei Beatles, ritorna a Catania “ La casa della nonna” di Nino Romeo, inossidabile pièce dai contorni al vetriolo, sul filo di una poetica ironia, cifra con cui Romeo firma tutti i suoi lavori con uno stile inconfondibile che urta seducendo e impone il silenzio.

Questo è teatro puro. Commedia familiare dai contorni vagamente mediterranei, con un guizzo di metropolitano che fa pensare all'atmosfera dei quadri di Hopper, disegnata dalle luci e dalla scena essenziale, l'operafa parte di una trilogia familiare, con Nubendi e Sorelle per legge. L'indagine sui rapporti familiari tra luci ed ombre, dramma e farsa, rimane uno dei temi privilegiati dal nostro autore, assurgendo a metafora dell'esistenza, dove Bene e Male convivono intrecciati e indistinguibili, aprendo la strada ad inquietudini e domande senza risposta.

Commedia di corpi e di destini divergenti scolpiti dal senso tragicomico della vita. Speculari e divergenti, le vite delle due protagoniste si aprono davanti alla morte rivelando sorprendenti retroscena. Alcove segrete, malattie, amori, aborti, sogni, fallimenti, verità nascoste.Due sorelle e una bara. Dentro la nonna. Un triangolo. Loro non si guardano. Siedono impettite davanti al feretro, affiorato lentamente dal buio del fondo, una a destra, l'altra a sinistra. Parlano, dettagli senza sconti, di escrementi, di piedi, di coiti della nonna su una sedia a rotelle dell'amante, di piaghe dell'anima rancorose e purulente, senza mai scadere nell'ovvio e nel volgare.

L'eleganza dell'interpretazione si fa contrasto e contraltare alla forza impietosa delle parole.Il linguaggio scabro inizialmente feconda conflitti e lacerazioni, tra ricordi, gelosie, rivendicazioni.L'intervento della figura maschile, lo stesso attore per i ruoli del becchino, del prete, del direttore di banca, del Sindaco, del Consigliere, tutti imparentati e identici tra loro, introduce l'elemento estraneo, disturbante fino alla sottrazione della casa alle due donne impoverite, ma finalmente ritrovate nell'affetto e nella condivisione di un destino ora comune, in un anomalo lieto fine.

Solide e asciutte nella forza interpretativa, inizialmente in evidente contrasto per poi avvicinarsi gradualmente fino ad attestarsi su una stessa nota, la Maniscalco e la Scaffidi si misurano superbamente con un testo che offre una gamma ricca e variegata di registri. Nicola Costa nei vari ruoli si fa carico efficacemente di un sapiente filo conduttore: una tagliente crudeltà travestita da efficientismo. I soliti avvoltoi in un'insolita veste: Sono tutti uguali. Particolare d'autore che esalta ed esaspera con feroce umorismo la banalità del male.

Si può essere felici senza certezze. Si può ritrovare l'amore sepolto dagli equivoci, dal non detto. Si può diventare “familiari” in una famiglia alienata. Si può. Porta spalancata al cambiamento possibile. L'unica certezza è che il teatro di Romeo non finirà mai di far riflettere, di destabilizzare, di stupire.

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"La casa della nonna"

Testo di Nino Romeo  Produzione Gruppo Iarba / Gria teatro   Regia e luci : Nino Romeo  Scene e costumi: Umberto Naso  Con: Graziana Maniscalco- Gianna Paola Scaffidi- Nicola Costa.

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2016 18:41
 
Cinzia BALDAZZI – Puoi vestirti di seta (“Amore e furto. De Gregori canta Bob Dylan”) PDF Stampa E-mail
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Domenica 08 Novembre 2015 10:24

 

Musica d' autore

 

 

PUOI VESTIRTI DI SETA, VESTIRTI DI COTONE

Note sul disco AMORE E FURTO. De Gregori canta Bob Dylan

“Il mio è un gioco di specchi: siccome al suo nome vengo accostato spesso, a questo punto non solo confesso il reato, ma già che ci sono gli rubo anche il titolo e chiamo il disco Amore e furto”.

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Così ha affermato il cantautore Francesco De Gregori, il quale, dopo Genova e Milano, ha presentato anche a Roma il suo compendio di undici cover in italiano di altrettante canzoni (anche se nessuna inserita in Love and Theft del 2001) del maestro e mito del folk statunitense, e di molto altro. Sì, è proprio vero: intraprendendo un’avventura musicale assai impegnativa, De Gregori ha dedicato un disco a brani appartenenti a circa trentadue anni di attività musicale di Bob Dylan, scegliendone un paio folk (Desolation Row, I Shall Be Released), tre genericamente “melodici” (Not Dark Yet, If You See Her, Say Hello, Sweetheart Like You), quattro rock (Political World, Dignity, Subterranean Homesick Blues, Series of Dreams), un rock-blues (Tweedle Dee & Tweedle Dum), un blues-gospel (Gotta Serve Somebody).

Dopo averlo ascoltato, l’iniziale impressione personale e professionale (la prima infatti ha generato la seconda senza mai scomparire, non banalizzandola, anzi alimentandola, in quanto seguo Dylan da quando avevo dodici anni) è stata assai positiva verso un’impresa carica di documentazione, a sostegno di una coraggiosa traduzione (“Ho lavorato parecchio sulla fedeltà del testo, è stato il mio terrore”) e ricca, per lo spazio che rimane tra l’uno e l’altro, di interpretazione. Da dylanologa ho apprezzato il progetto soprattutto perché, non lasciandosi intimorire dall’ostacolo (insormontabile per tutti) della differenza tra la voce sua e di Dylan - che nei decenni ne ha avute ed esibite svariate - De Gregori ha voluto ed è riuscito a rendere più vicino a noi, al nostro modo di essere, di cantare, e concepire il rapporto tra musica e vita, quell’ineffabile complesso musicale e poetico, testimone del ‘900, che dal lontano 1962, con Blowin’ in the Wind, ha seguito passo passo la seconda metà del secolo scorso e l’inizio del nuovo.

Recensire, commentare una cover (per di più in un’altra lingua), comporta sempre per noi critici uno sforzo di traduzione di natura doppia, di quello che sentiamo in ciò che scriviamo di sentire: in quanto, alla traduzione implicita in ogni messaggio interpretativo si aggiunge il compito di dover operare la scrematura tra quello che nell’opera appartiene all’autore e quanto invece rimane nelle mani del nuovo esecutore.

Nel caso di Dylan-de Gregori, la situazione che porta a valutare la bellezza e il contributo di Amore e furto, si complica moltissimo, a partire dall’impossibilità quasi totale, dopo oltre cinquant’anni, di collocare in generi precisi e quantità di bellezza, di importanza, le canzoni stesse di Dylan. Mi spiego meglio. Raramente la qualità della musica, della performance vocale, dell’orchestrazione, influisce in maniera diretta nella bellezza, originalità o importanza del testo del cantautore di Duluth. Blowin’ in the Wind inno del ‘900? È vero, ma la voce è ancora di un ragazzo a cui piace cantare, e gli accordi della chitarra direi quasi elementari. Ma, a sentirla - mi riferisco a quella originale - cambia tutto.

Per tornare a De Gregori, il rock-blues Tweedle Dee & Tweedle Dum, forse la mia preferita come scelta (anche perché Desolation Row non è tra le mie best dylaniane, neanche nella versione di Fabrizio De Andrè), nel mondo della musica di Dylan è tra le più “piccole” come valore intrinseco: ma, anche per essa, ancora una volta, a sentirla cambia tutto. Ma come si fa, mi chiedo, a confrontare il Tweedle Dee & Tweedle Dum di De Gregori con il pezzo ispiratore? L’inizio, perfettamente identico nella base musicale, sembra invece un altro per la mancanza di quella sonorità, di quelle note affilate e pungenti dell’originale, per cui, dall’assurda storia incalzante, di tutto e niente, che ha ritratto Dylan, ispirandosi al ciclo di Alice, entriamo in una piacevole avventura-filastrocca di questi due curiosi personaggi della mente di Lewis Carroll divenuti protagonisti di una bella canzone.



Lo stesso De Gregori ha, indirettamente, confermato un tale stato di cose: “A certi pezzi ho rinunciato perché l’aggancio tra metrica ed espressione originaria non mi sarebbe riuscito, come per My back pages, che contiene un verso straordinario come ‘I was so much older then, I’m younger than that now’. Tradurre vuol dire stare sulla musica, non solo sul testo. E in generale è il suono che comanda. Non trovo giusto portare se stessi nell’opera di un altro. Ma vale per il testo: per la musica so per esperienza che la veste di un brano registrato è soggetta a molte variabili”.

Di grandissime canzoni (cioè “nate” grandi, e tali anche ad ascoltarle, nonché nella loro storia), oltre a Desolation Row troviamo Subterranean Homesick Blues. Qui il discorso del confronto diventa necessariamente meno “aperto”: il genere tipicamente rock, con quella quantità enorme di parole infilate da Dylan una dietro l’altra, tanto da farlo considerare il prototipo di un rap, non può interessare a De Gregori, che ne fa appunto un’apprezzabile edizione plain.

Chissà, mi chiedo, cosa penserà invece il vecchio Bob di questa Non è buio ancora. Il cantautore italiano ha dichiarato: “Dylan sa di questo progetto, anche se non l’ho incontrato per l’occasione, e in effetti non l’ho fatto nemmeno a Lucca quando abbiamo suonato uno dopo l’altro, perché sapevo che i media erano in attesa e stavano spiando. L’ho incontrato anni fa in camerino grazie a David Zard, abbiamo scambiato due parole e bevuto un bicchiere. Ma il mio vero incontro con Dylan è stato a quattordici anni quando tra tutta la musica straniera che ascoltavo, inclusi Beatles e Rolling Stones, mi arrivò quel suono così sghembo, poco allineato. Non capivo cosa diceva, non sapevo l’inglese: era proprio il suono, che mi incuriosiva”.

Della splendida Not Dark Yet (la seconda nella mia classifica personale di Amore e furto, dopo Tweedle Dee & Tweedle Dum), la musica non incuriosisce affatto, perché parla direttamente. Di cosa? Della sera che scende, del fiume che scorre fino al mare (“I’ve followed the river and I got to the sea”), il tutto “in un mondo di chiacchiere e una montagna di fumo, senza mai cercare negli occhi di nessuno”, e prosegue: “sometimes my burden seems more that I can bear, It’s not dark yet, but it’s getting there”.

Nella versione originale, il mirabile attacco è orchestrato intensamente con le chitarre e l’intera sezione ritmica, mentre nella canzone italiana gli strumenti a corda sono sotto tono. Ma comunque, mentre si racconta, in poche righe, ogni attimo della vita, “avendo girato in lungo e in largo, visto niente di speciale”, essendo “nato senza chiederlo, senza volerlo morirò”, anche nella traduzione Non è buio ancora, non rimane che “sentire una preghiera”. Forse sarà un errore, forse no. Siamo ancora in tempo, perché l’oscurità non è scesa.

Concludo con un grande poeta italiano, che, appena ventunenne, scriveva: discesa la notte, salita la luna, “ancor lungo / la speme e breve ha la memoria il corso, / Il rimembrar delle passate cose, / Ancor che triste, e che l’affanno duri!” (Giacomo Leopardi, Alla luna).

Grazie a De Gregori per aver avvicinato la luce e il buio, la speranza e l’affanno, della grande musica dylaniana.


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"Amore e furto. De Gregori canta Bob Dylan"

Uscita: 30 ottobre 2015  Prodotto da Guido Guglielminetti per Sony Music

Tracklist:   Un angioletto come te (Sweetheart like you) - Servire qualcuno (Gotta serve somebody) - Non dirle che non è così (If you see her, say hello) - Via della Povertà (Desolation row) - Come il giorno (I shall be released) - Mondo politico (Political world) - Non è buio ancora (Not dark yet) - Acido seminterrato (Subterranean homesick blues) - Una serie di sogni (Series of dreams) - Tweedle Dum & Tweedle Dee (Tweedle Dee & Tweedle Dum) - Dignità (Dignity)

Ultimo aggiornamento Domenica 08 Novembre 2015 19:48
 
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