Anno XI, 17 | 08 | 2017
Benvenuti

 

Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

Città del Sole - www.cittadelsoledizioni.it - P.I. 01484160807

Tutti i commenti relativi al giornale e ai suoi contenuti, certamente graditi, possono essere inviati al direttore o al vicedirettore.

Recapito telefonico +39.347.6388745

 


Notizie
Articoli
Pagine
Sauro BORELLI - Esterno Notte. La vedova cinica ("Amore e inganni", un film di Whit Stillman) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Mercoledì 26 Luglio 2017 20:01

 

Con l'apertura delle Arene Cinema nelle varie città italiane, ci sembra opportuno riproporre gli articoli sui film segnalati dai nostri migliori collaboratori nel corso della stagione 2016-17

 

Esterno Notte

 


LA VEDOVA CINICA


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Amore e inganni” , un film  di Whit Stillman

distribuzione Academy Two

****

Il cinema inglese ha sempre dato prova di un pragmatismo positivo sia quando si occupa di questioni sociali – ad esempio i grintosi film-grido di Ken Loach – sia quando si rifà ai temi letterari o più genericamente dislocati nel passato più o meno aristocratico. Oltretutto, allorché affronta vicende, personaggi venati di qualche nostalgico gusto per gli intrecci sentimentali dei tempi andati – esemplare in tal senso Orgoglio e pregiudizio con Greer Garson e Laurence Olivier – anche gli autori più prestigiosi si tengono a una sobrietà espressiva ben temperata da un rigore stilistico più che mai essenziale. Da questo metodo creativo – poi supportato da interpreti di navigata maestria – sortiscono in genere opere certo non eclatanti ma pellicole di solido impianto drammaturgico e di sicuro impatto spettacolare.

Una conferma sostanziale di simile strategia la si può riscontrare per paradosso giusto a proposito di un film non inglese ma cosmopolita (Irlanda, Francia, Olanda) realizzato quest’anno dal cineasta statunitense Whit Stillman che, approntata una sapiente sceneggiatura del giovanile romanzo epistolare di Jane Austen, Lady Susan, l’ha trasposta sullo schermo col titolo più che accattivante Amore e inganni splendidamente interpretato da Kate Beckinsale (nel ruolo centrale) e da Chloe Sevigny, oltre un décor ambientato nel primo Ottocento di sofisticata, elegante proprietà formale.

L’esito di una tale messinscena è, a conti fatti, più che azzeccato, dal momento che la storia cui si impronta con rigore e nitore lo stesso film ripropone, con minime licenze, la traccia che percorre il testo letterario Lady Susan, scritto, come si diceva, da Jane Austen (1775-1817) ancor prima dei suoi romanzi più noti (Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma) mai pubblicati prima della sua scomparsa e oggi puntualmente “cinereplicati” in molte versioni.

Un altro punto di forza di questo Amore e inganni si dimostra l’ordito narrativo che, benché calato nelle atmosfere e negli ambienti esclusivi di una classe conservatrice votata soltanto alla sopraffazione e al culto della ricchezza, incardina l’evolversi di intrecciate situazioni tra la fatuità e lo snobismo ad un ritmo sempre incalzante, sorprendente per levità e sottile, sotterraneo sarcasmo.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In breve, Lady Susan è una vedova di trentacinque anni in condizioni economiche piuttosto precarie con una figlia adolescente da accasare, se possibile con un ricco marito, così da risolvere le ristrettezze della famiglia. Tra l’altro la signora in questione è ancora una bella donna assolutamente priva di alcuno scrupolo pur di risolvere i suoi problemi. Tanto che dovunque capiti non esita un attimo ad esercitare la propria seduzione su uomini e donne, purché doviziosamente attrezzati di proprietà e di soldi. Ostentando una vedovanza tutta vistosa – cappello nero a larghe tese – Lady Susan, col suo volto fresco e candido, fa ricorso ad ogni suo artificio per trarre vantaggio da tutte le situazioni sia per sé stessa, sia per la sua un po’ imbambolata figlia messa all’incanto come possibile sposa di un ben fornito buon partito.

L’intiera vicenda ambientata nell’Inghilterra un po’ disorientata dopo la sconfitta sul finire del Settecento ad opera della trionfante rivoluzione americana, mette bene in evidenza il cinismo, la mancanza di ogni riguardo che Lady Susan usa per avere ragione di ogni difficoltà (e altresì per accasarsi lei stessa in modo conveniente). E, a tale scopo, ostenta disprezzo per tutti coloro che ostacolano i suoi piani. Al più moderando l’effetto delle sue riprovevoli maniere con una ipocrisia morbida, inesorabile. Il tutto immerso (e talvolta sommerso) tra l’ostentazione del lusso più sfrenato degli aristocratici privilegiati imperanti nell’Inghilterra del guerrafondaio Giorgio IV e ancora scioccata dalla recente tempesta storica dell’epica Rivoluzione francese.

Si potrebbe dire che l’azione prevaricatrice di Lady Susan, proprio per questi segni epocali affioranti da una pantomima neanche troppo originale, viene a fornire in tralice – tra distrazione e disperazione – un apologo significativo di uno scorcio storico, certo, per alcuni versi abbagliante, per altri decisamente desolato. Tutte cose che forse la giovane, precoce Jane Austen non sospettava neanche ma che, inconsapevolmente, seppe presentire e prospettare per il futuro. Il cinema, a tale proposito, ha completato l’opera.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 23:57
 
Anna DI MAURO - Saggistica breve. Non solo baci per la lente di Doisneau PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 24 Luglio 2017 07:05

 

Saggistica breve

 

 

NON SOLO BACI PER LA LENTE DELLE MERAVIGLIE DI ROBERT DOISNEAU

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un prezioso cine-ritratto di Robert Doisneau, maestro francese della fotografia d'autore del XX secolo, realizzato dalla nipote Clémentine Deroudille. Distribuito in Italia da Wanted Cinema

°°°°

Due innamorati tra la folla. Si baciano. Sullo sfondo la Tour Eiffel. Sono gli anni '50. Su di loro è puntata una macchina fotografica, ma loro non se ne sono accorti. Questa romantica immagine metropolitana in bianco e nero, rubata da una mano sapiente, pubblicata su “Life”, farà il giro del mondo rendendo celebre  il suo autore:  il francese Robert  Doisneau. Ma è un falso reportage... Sono due attori. Non era frequente nella Parigi degli anni '50, pur spregiudicata e anticonformista, baciarsi per strada. I francesi non perdonano e dimenticano il suo autore. Solo negli anni '80 la foto diventerà un simbolo. Il nome del fotografo sarà legato per sempre a questo “Bacio”, limitando però in qualche misura la prospettiva della poliedrica e raffinata competenza di uno dei “Catturatori di immagine” più significativi del 20° secolo.

“Robert Doisneau - La lente delle meraviglie”, prezioso docufilm  uscito nelle sale lo scorso  giugno ha restituito all'artista la dimensione che meritava, presentando senza retorica una doviziosa gamma di  reperti inediti tratti dallo straordinario  archivio di famiglia messo a disposizione dalla nipote, nonché regista del film Clèmentine Deroudille.  Innumerevoli le foto, i filmati, le interviste televisive, a  delineare con precisione coinvolgente lo straordinario ritratto di un umanista dell'arte attraverso  la storia  delle immagini della  sua vita. L'uomo e l'artista ne emergono vividi, nella vita familiare come in quella sociale, intrisi della sua inarrestabile, sincera  passione per la fotografia e per il suo prossimo. Utilizzando  prevalentemente  materiale iconografico,  il film spazia dall'infanzia  “felice” di Robert, per sua stessa dichiarazione, ai primi reportage, al successo e alla frequentazione amicale di personalità del mondo della cultura, da Picasso a Pennac, dalle sue prime foto agli ultimi reportage, al contempo restituendo l'atmosfera febbrile del dopoguerra in un'Europa lacerata, ma pronta a ricominciare, a varcare le soglie di un  mondo nuovo con l'ottimismo storico di chi ha combattuto e vinto, che in Doisneau, militante nella Resistenza, sembrava avere trovato un suo privilegiato figlio dallo  sguardo creativo e umano, capace di cogliere ciò che il passante non vede. Una microstoria che illumina la grande storia. Una storia che meritava di essere raccontata.

Lo fanno i suoi familiari in questo film, senza piaggeria e senza incensamenti, con eleganza e semplicità. Alla sua morte vorranno condividere amorevolmente e con gioia  la memoria di un uomo appassionato, sincero negli affetti come nella professione, sempre pronto a regalare un sorriso e ad immortalare con uno scatto la vita di chi sarebbe rimasto nell'angolo buio della storia, affondato nelle paludi delle periferie parigine, le Banlieue de Paris. Ma il suo sguardo andò ben oltre le Banlieue. Il ricchissimo materiale iconografico offre uno spaccato insolito, colto da un sensibile scopritore di oscuri destini, pronto a cogliere il fascino dei piccoli gesti quotidiani, dei cromatismi di grandi palazzoni, dall'anonima periferia parigina ai vicoli e alle strade del mondo.
Anche i piccoli uomini fanno la storia, sembra dire il Nostro, con il suo occhio sagace di osservatore profondo e gentile, sereno e consapevole, impreziosendo con i suoi variegati reportage la visione feconda di un'epoca straordinaria. Le sue foto apparvero anche  nelle  maggiori riviste di moda del suo tempo. La mondanità accanto alla dimessa antropica popolare. Era un uomo libero.
La sua libertà interiore trapela da ogni istantanea. Aperto a ogni esperienza, in giro per il mondo, a caccia di immagini, senza discriminazioni di classe o di qualsiasi forma di espressione, sempre pronto a cogliere “così tanta bellezza”, l'artista sembra voler restituire spessore  e leggerezza alla vita, messa a dura prova dalle terribili vicende belliche. Figlio della Nuova Europa, Doisneau apre scenari altrimenti invisibili.

Il pregio della regia di questo affascinante  documentario  è avere dato spazio al racconto per immagini. Una  metafotografia in un raffinato bianco e nero  che suscita interesse, curiosità, che affascina e commuove, perchè “vera”. Pochissime le interviste ai familiari. Soltanto immagini, filmati, dove lo stesso Doisneau prevalentemente  racconta e  si racconta, raramente  raccontato.
A parlare è sostanzialmente lui,  un nomade  “curioso, disubbidiente e paziente come un pescatore con la lenza” con una lente lucida e partecipe,  pronta a catturare l'attimo, la meraviglia dell'esserci.
Un inno alla vita, nonostante tutto.

°°°°

Robert Doisneau: La lente delle meraviglie
Anno  2016
Uscita   giugno 2017
Genere   documentario
Produzione  Francia
Regia  Clèmentine Deroudille

Con Clèmentine Deroudille, Eric Caravaca, Sabine Azèma, Quentin Bajac, Jean Claude Carriere, Annette Doisneau, Robert Doisneau


Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 23:55
 
Lucia TEMPESTINI - Saggistica breve. L'oscurità ai bordi del mondo PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Giovedì 27 Luglio 2017 10:31

 

Saggistica breve



L’OSCURITA’ AI BORDI DEL MONDO



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amplificazione sensoriale e difformità

°°°°

Ciò che non riusciamo a dimenticare è di essere svenuti e aver ripreso conoscenza, in più fasi, nelle segrete dell’Inquisizione di Toledo insieme all’uomo condannato a morte per eresia. Di aver fissato lo sguardo, come ipnotizzati, sulle labbra bianche e sottili, senza suono, dei giudici e sulle sette candele disposte sul tavolo; di essere tornati, più tardi, a una forma puramente biologica e indistinta di vita (che è impossibile non accostare a quella descritta dalla Voce ondivaga del manganelliano “Dall’Inferno”, metafisico romanzo-trattato di umbratile terribilità sulla (im)percezione o alterata percezione organica), seguita dal pensiero articolato e dalla coscienza fisica complessa e definita; di aver provato la stretta soffocante di una tenebra inumana e poggiato le mani sul pavimento di pietra, coperto da un sottile strato di fango, di quel luogo misterioso; di aver camminato incespicando e scivolando e muovendo le braccia nel vuoto fino a raggiungere le pareti di metallo liscio.
Di aver vissuto insieme al condannato tutta la via crucis di orrori descritta da Poe in “Il pozzo e il pendolo” (1845) con una prosa di inarrivabile raziocinio. Proprio l’esattezza e la luce geometrica della forma fanno assumere alla natura ossessiva, onirica e perversa della materia narrativa un’evidenza inquietante.
Come in altri racconti di Poe (ma vengono in mente anche “Il ragazzo rapito” e “L’isola delle voci” di Stevenson), la disgregazione di tutto ciò che concerne il senso comune avviene attraverso l’esasperazione rituale e la graduale intensificazione della percezione sensoriale. L’identificazione di dimensioni, forme e consistenze dipende dalle capacità tattili acuite dalla solitudine, dal buio, dal silenzio e dal continuo stato di allarme. L’odore della lama di acciaio del pendolo si infila nelle narici dell’uomo, il sibilo sempre più forte delle oscillazioni gli ferisce l’udito e lo atterrisce, lo soffoca il ferro rovente delle pareti che muovendosi lo spingono verso il pozzo posto al centro della stanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il pozzo e il pendolo” arriva all’essenza stessa della persecuzione e, più di un secolo dopo, giungerà a questo risultato anche la scrittrice americana Shirley Jackson con il romanzo “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (Adelphi). L’isolamento aristocratico, le fantasie, la levità allucinata e appena sarcastica di Mary Katherine e Constance, due sorelle che vivono insieme a uno zio invalido nella grande casa paterna, assumono agli occhi degli abitanti del vicino villaggio forme distorte, mostruose, appaiono sintomi di un Male non più tollerabile. Avviene con allarmante frequenza che i membri di comunità chiuse nella propria angustia interiore, cerchino di rintracciare all’esterno fantomatici “mostri” o capri espiatori [mentre la Bestia caproniana, si sa, “evanescente./La preda/mansueta e atroce/(vivida!) che nelle ore/del profitto (nelle ore/della perdita) appare/(s’inselva) nella nostra voce.”], trovandoli spesso in individui che si discostano semplicemente dal senso comune e da quelli che vengono considerati i normali commerci umani. E’ facile così che la sindrome paranoica collettiva inneschi un crescendo di inaudita violenza, trasformando i singoli in massa informe (manzoniana), o meglio in una bestiale folla di carnefici e distruttori (questo avviene anche in un altro racconto della Jackson “La lotteria”, sempre edito da Adelphi). Alle sopravvissute non resterà che spazzare i cocci delle stoviglie e degli oggetti di casa, sigillare le stanze violate e ricomporre quel che rimane dell'armonia perduta per mezzo dei “piccoli miracoli della follia”, mentre i rampicanti crescono sui resti combusti del castello. La frase finale di Mary Katherine: “Siamo così felici!” è un lampo struggente che accomuna il suo destino a quello della Winnie beckettiana (“E’ passata un’altra bella giornata, dopotutto!”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Emarginazione e difformità sono anche i temi del film di Gavin Hood “X-Men le origini: Wolverine”.
“Wolverine” non è sostenuto dal fascinoso, visionario apparato mitologico dell’indimenticabile “Il Cavaliere Oscuro”, non ne possiede la sontuosità dark, né l’inquietudine shakespeariana, né la tensione verso la follia (auto)distruttiva. Tuttavia c’è qualcosa che lo rende più vicino a noi e al nostro tempo: le creature dotate di particolari facoltà non sono luminosi o tenebrosi supereroi, bensì esseri marginali afflitti da caratteristiche fisiche o abilità bizzarre ai limiti dell’anomalia, individui che si nascondono e soffrono fino a sfiorare forme di derelizione. Ci troviamo a sprofondare in feritoie sbiadite del mondo reale, in quartieri fatiscenti, fra malinconici maghi da Luna Park, mostruosi boxeur bulimici, timidi studenti dallo sguardo laser, ragazze dalla pelle di diamante, uomini-lupo belli e immortali giunti fino a noi dopo aver attraversato tutte le guerre americane, da quella di secessione all’apocalisse del Vietnam.

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 14:51
 
Angelo PIZZUTO- Memoria del Teatro. "La ricotta", dal film allo spazio scenico (adattamento di A. Fassari e A. Battista) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Martedì 25 Luglio 2017 17:03


La recente scomparsa di Pino Pelosi riporta d'attualità uno spettacolo del 2013 recensito per "Sipario.it" e "Articolo21.org"  Lo riproponiamo nella versione originale - senza alcun ritocco.


Memoria del Teatro



"LA RICOTTA", DAL FILM ALLO SPAZIO SCENICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell'encomiabile, scarno adattamento  di  A. Fassari e A. Battista

°°°°

Immaginato agli inizi degli anni sessanta, e sceneggiato nel 1962 (quindi, dieci anni prima  che Elio Petri e Ugo Pirro constatassero l’impossibilità della classe operaia di accedere al paradiso)   “La ricotta” di Pasolini è, in prima istanza, una sceneggiatura in forma di racconto, fertile di un’immaginazione e forza evocativa che sarebbero di per sé esaustive anche senza la visualità dell’immagine filmica. In cui il poeta-eretico radicalizza le riflessioni teoriche  messe a punto  nei  tanti  tipi di ‘scrittura’ diversi dell’immagine riprodotta (ma ad essa indirizzati).

Come, ad esempio, il principio di ‘narrazione cinematografica’ quale sintassi  autonoma (rispetto a quella  della narrazione vergata e orale),  conforme alle ‘partiture di preparazione al film’ (dal soggetto ai sopralluoghi), concepiti come  vera e propria liturgia di introduzione alla natura collettiva- non più ‘ripensabile’ -della  realizzazione filmica: nel  momento del suo ‘distacco’ dall’artefice letterario al contributo di chi ne assumerà le responsabilità esecutive (direttore della fotografia, attori, maestranze). Dubbi, travagli, incertezze densi di analogie con la lacerazione, l’esaltazione, lo smarrimento che si accompagnano ad ogni ‘creatura’ che venendo a (questo) Mondo-"lacerando il ventre della madre"- viene strappata a quello delle Idee.

Dal progetto alla prassi, “La ricotta” (la cui edizione restaurata è parte integrante della serata al Vascello) divenne   uno dei  quattro  episodi del film a episodi “ Ro.Go.Pa.G. – Laviamoci il cervello”, liddove Pasolini veniva affiancato ad autori di culto quali Rossellini, Godard e al ‘giovane’ Gregoretti. Trattandosi di una crudele allegoria incastonata come ‘film nel film’,  la vicenda si compie, come triste rapsodia, nel corso delle riprese di un ‘peplum’  sulla Passione e la Deposizione del Cristo, in braccio a Maria, alla  Maddalena e agli apostoli radunati sul Golgota.

A un figurante di nome Stracci è assegnato il ruolo di   uno dei due ladroni crocefissi al fianco di Gesù; ed ad egli "spetta  realmente  morire" (a ciascuno la sua croce) a causa di una congestione addominale per eccesso di fame e di cibo.  Del resto- commenterà Orson Welles, magnifico e indolente regista del film in lavorazione, circondato da giornalisti melliflui e panciuti produttori- “Povero Stracci…non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo”. Enuclendo così  il senso di una morte narrata in un perfetto intarsio di tensione morale e ‘ridicolizzanti’ sequenze  con fotogrammi accelerati-  tra vocazione pittorica (primi piani di facce liete e lombrosiane,  citazioni da Caravaggio, Pontormo,  Mantegna)  e vilipendio della religione farisaica (che costò a Pasolini una condanna penale e il sequestro dell’opera).

Dotato di cruda compostezza cronistica,  l’omaggio che Antonello Fassari (nella foto in alto) e  Adelchi Battista ne desumono sui praticabili del Vascello, asseconda quel teatro di ‘parola’ e ‘straneazione critica’ perorato da Pasolini nella prefazione ad “Affabulazione”, “Orgia”  e “Bestia da stile”. Su spogli elementi scenografici che rimandano ai residuati di un set cinematografico ‘povero e desolato’,  il teatro di narrazione professato da Fassari lavora per sottrazioni e prosciugamento di orpelli, emozioni, consolazione.  E  Il ‘racconto’,  costernato e neutro della sceneggiatura ‘tale e quale fu scritta’,  esalta lo spessore politico e poetico della serata.

Nella quale si trasfigura, con laico disinganno, il rapporto tra ‘assoluto e profano’ , tra ‘poveri cristi’ e  calvario reale  di chi affonda nell’indigenza  ‘famelica’ senza (nemmeno) l’idea  di chiedersi   chi sono  i suoi  veri aguzzini- ad  estremo sfregio della  dignità umana, triturata in catene di montaggio tra (induzione ai) consumi e (momentaneo) valore d’uso. Perchè, se tutto e tutti hanno un prezzo, a pochi (privilegiati? predestinati?) è riconosciuta la qualità del proprio "restare o andarsene". Senza fronzoli e vittimismo, come il povero Stracci.

°°°°

“La ricotta” da Pier Paolo Pasolini
Versione teatrale a cura di Antonello Fassari e Adelchi Battista. Con Antonello Fassari. Roma, Teatro Vascello

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 10:55
 
Agata MOTTA - La memoria. Ricordare è un dono, e una sventura (G. Mauri 'incontra' G. Tornatore) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Lunedì 17 Luglio 2017 13:38

 

La memoria (del Teatro)

 


RICORDARE E' UN DONO, E UNA SVENTURA



 

 

 

 

 

 

“Una pura formalità” di Glauco Mauri (dall’omonimo film di Giuseppe Tornatore)

****

Chiunque abbia amato Una pura formalità, splendido film del ’94 di un Giuseppe Tornatore lontanissimo da logiche ruffiane e in stato di pura grazia creativa, dovrebbe concedersi la visione della rigorosa e fedelissima versione teatrale effettuata da Glauco Mauri. E dovrebbe farlo un po’ per non mancare all’appuntamento con uno dei più longevi e felici sodalizi artistici degli ultimi decenni – quello tra Glauco Mauri e Roberto Sturno - e un po’ per cogliere le sottili differenze espressive che il linguaggio del cinema e quello del teatro offrono ai loro appassionati.

L’impianto del film di Tornatore, quasi tutto girato in interni con dialoghi fitti e incalzanti, è decisamente teatrale, quindi dev’essere stato quasi spontaneo e naturale per Mauri trasporlo per il palcoscenico, ma laddove il film incendiava lo schermo - nelle lancinanti riprese in primissimo piano dei due magnifici interpreti, Gérard Depardieu e Roman Polanski - sul palcoscenico sono l’incanto della storia, bellissima e sospesa in un’atmosfera cruda e surreale insieme, e l’amo costantemente lanciato della parola e delle sue tante seduzioni ad imprigionare l’attenzione.

La pioggia, come elemento simbolico, primordiale e catartico, funge sin dall’inizio da colonna sonora per una vicenda kafkiana dai risvolti inquietanti, vicenda che accoglie suggestioni dostojeskiane e freudiane al fine di effettuare un’indagine nell’Io e nelle sue tante volontarie o inconsce rimozioni e di recuperare la memoria come strumento di conoscenza. La memoria può far male, se restituisce alla coscienza azioni indegne o se fa riemergere uno scomodo passato che è meglio occultare dietro una nuova intrigante identità, ma la memoria deve soccorrere per restituire senso alle azioni compiute, per comprendere quella parte oscura che ogni uomo vorrebbe tenere per sempre celata perfino a se stesso.

Glauco Mauri e Roberto Sturno sono il Commissario e lo scrittore Onoff, l’uno indaga su un caso di omicidio e trattiene l’uomo che corre nel bosco per una pura formalità, l’altro fugge ma non si sa da cosa o da chi, si perde nell’oscurità della notte come novello Dante nella selva oscura, vaga come un anima in pena e non è casuale questa sua condizione, perché appunto di anime parliamo e non più di uomini, di sagome che non sanno più vivere ma che non sanno ancora di essere morte, di quelli che sono ad un tempo assassini e assassinati.

Cosa attraversa la mente di un suicida? Cosa lo aspetta? Non può esserci risposta naturalmente, ma il Commissario con i suoi uomini (Giuseppe Nitti, Paolo Benvenuto Vezzoso, Amedeo D’Amico, Marco Fiore) singolari chierichetti di un rito da officiare, deve condurre implacabilmente l’interrogatorio, deve costringere l’uomo a ricomporre frammenti sparsi e confusi della propria vita, quella di uno scrittore che ha edificato il proprio successo sull’inganno e che ha cercato invano una forma di redenzione.

Gli interpreti non inaspriscono i contrasti, già netti attraverso il gioco di luci e ombre, ma lavorano sulle sfumature e sui suggerimenti testuali, in ciò favoriti dal grigiore malinconico delle scene di Giuliano Spinelli che ricama sui dettagli – l’orologio senza lancette e le scritte sui muri, quasi tristi memoriali - perché da essi scaturisce l’insieme.

Mauri è solerte ed indulgente insieme, non molla l’interlocutore ma gli concede respiro, non gli permette di sfuggire al peso della memoria ma se ne fa tenero custode, è un pacato Virgilio che guida il suo protetto nell’inferno della responsabilità e vi fa luce; Sturno frena sull’arroganza dello scrittore famoso ma ne conserva  l’aggressività, mostra le debolezze senza  farsi scudo con la vanagloria, resiste avvilito ad un interrogatorio di cui non comprende il senso pur avvertendone la necessità, è confuso dapprima e infine sollevato e grato.

E c’è di più: il Commissario ammira Onoff, lo conosce a fondo perché ha letto tutto di lui, recita a memoria brani dei suoi libri. Per questo sa anche come torturarlo e come ferirlo, come costringerlo a tornare sui suoi passi per l’estrema assunzione di responsabilità. I due uomini sembrano antitetici eppure in fondo si assomigliano, entrambi puntano alla verità, cercandola ostinatamente e negandola risolutamente. Ma il delitto è ormai compiuto. A cosa serve sapere? Dove porta il recupero di volti incontrati, amati, abbandonati?

Il messaggio di Tornatore, che Mauri accoglie e condivide, riconduce alla memoria vissuta come dono e come sventura, come obbligo morale e come consapevolezza, in definitiva come valore. Oltrepassato il limen, il dopo resterà sempre un mistero, anzi il Mistero più grande dell’esistenza umana. Il lavoro si chiude, infatti, con un punto interrogativo che non chiude sulle certezze, ma apre su infinite possibilità.

****

Una pura formalità di Glauco Mauri, versione teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore. Oltre a dirigerlo, Mauri interpreta lo spettacolo insieme a Roberto Sturno, Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore. Le scene sono di Giuliano Spinelli, i costumi di Irene Monti e le musiche di Germano Mazzocchetti.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Luglio 2017 11:10
 
« InizioPrec.12345678910Succ.Fine »

Pagina 1 di 10
ISSN 2280-6091

info@scenarionline.com
Direttore Responsabile

Angelo Pizzuto
pizzutoang@gmail.com

Vice direttore

Cinzia Baldazzi
cinziabaldazzi@gmail.com

Coordinamento redazionale
Lucia Tempestini
Redazione affari sociali

Francesco Nicolosi Fazio
francesconicolosi.f@tiscali.it

Banner