Anno VII, 25 | 06 | 2017
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Il nostro è un giornale telematico di spettacolo, culture e riflessione socio-politica, meglio conosciuto con il suo passato indirizzo di inscenaonline.com o scenarionline.com. Sostituito a causa di ripetuti attacchi di hackers, denunciati senza ancora esito alle competenti autorità giudiziarie.

La testata, nella sua precedente edizione, venne fondata nel 2005 da Nuccio Messina e Angelo Pizzuto per iniziativa del mensile PrimaFila, il sostegno dell'Accademia Nazionale di Danza  e il contributo delle edizioni Città del Sole. Successivamente (2010), per scissione del gruppo fondatore, ha rinunciato ad alcune connotazioni editoriali, comunque di prestigio, legate alle passate gestioni.

Dal mese di settembre 2012 ci si  avvale del prezioso contributo di CinemaSessanta, storica rivista fondata da Mino Argentieri. L'archivio storico delle trascorse edizioni è in possesso della direzione, in attesa che venga trasferito (leggibile oltre la cripticità elettronica) nelle nuove pagine.

 

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Anna DI MAURO - Rosa di Rosa. Canto di libertà (omaggio a Rosa Balistreri) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Domenica 18 Giugno 2017 18:37

 

Il mestiere del critico

 

 

ROSA DI ROSA. CANTO DI LIBERTA'

Omaggio a Rosa Balistreri nel 90° della sua nascita.  Al Teatro Piscator di Catania

°°°°

Una violenza dopo l'altra. Subire, sempre subire. Dal padre, dal marito, dal prete, dalla fame, fame nera, in una fosca Sicilia dei primi del secolo, devastata dalla miseria e dall'ignoranza. Un dono, uno solo, ma grande come il mare: una voce spessa, forte, profonda, arcana. Il canto diverrà il veicolo del suo riscatto, come donna e come soggetto sociale.

Senza istruzione, di umili origini, la licatese Rosa Balistreri diverrà la “ cantatrice del Sud”, la cantastorie amata e rispettata da intellettuali come Dario Fo, Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta, eroina e pioniera semplice e verace, dotata di  temperamento combattivo, “ madre”nell'anima, pur orbata nella pancia di un figlio, presa a calci dal marito imbestialito.

Sempre pronta ad amare con passione estrema, nonostante le  tragiche traversie sentimentali, culminate in un suo gesto di ferocia nei confronti del marito, scontato in carcere.  Una sorella uccisa a coltellate dal marito  abbandonato e una madre costantemente oggetto di inaudite violenze da parte del marito, davanti ai suoi occhi  inorriditi di bambina. E' stata questa la sua formazione. Eppure tutto questo non le ha impedito di  evolversi e diventare la Musa della canzone popolare e del canto politico.

Cantava la sua rabbia, il suo sdegno, la sua disperazione di donna, violata, tradita, contro le ingiustizie umane e sociali. Paladina  dolente e  speranzosa di una terra amara e avara. Lei stessa ebbe a dire:  “ Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante...sono diversa, diciamo che sono un'attivista che fa comizi con la chitarra”. Ebbe una vita difficile. Visse anche a  Firenze per un ventennio. La sua morte a Palermo  nel '90 è  stata  una grave perdita del folk, perché la sua forza compositiva ed esecutiva era veramente travolgente.

La biografia di Rosa, narrata in prima persona a mezza voce da una partecipe e delicata Berta Ceglie, accompagnata da uno struggente violoncello di Wanda Modestini, dalla danza mimetica di  Michelangela Cristaldi,  da alcuni video tra l'onirico e il documentaristico, è il tessuto su cui è stato sentitamente costruito questo spettacolo dedicato alla memoria  della donna e artista che è stata ed è la Balistreri. Per non dimenticare.

La sua  intensa e vibrante, inconfondibile voce ( apprezzabile la scelta di far ascoltare solo il suo canto, senza ulteriori interpretazioni) illuminava  a tratti il percorso biografico, suscitando emozione e ammirazione per l'aspetto timbrico, la potenza e la sonorità arcaica, le modulazioni e gli accenti di verità che  sono gli aspetti salienti del ricco repertorio della cantautrice siciliana, capace nel canto di liberare una coscienza pura, tra le brutture e le storpiature di un'esistenza ai limiti della sopravvivenza.

Racconto, musica dal vivo, coreografie essenziali, intrecciandosi sul filo della memoria  hanno condotto gli interpreti e il pubblico per le vie di una commozione che nel ricordo si colora di stupore per chi non la conobbe e  nostalgia per chi, come i registi,  l'ha potuta conoscere, apprezzare, amare. Il suo canto di libertà, monito per tutti,  risuona nell'aria.

°°°°

Rosa di Rosa

Un sciuri russu comu lu sangu sparsu

Testo di Luca Cuddè

Regia di Mario Modestini e Berta Ceglie

Con Berta Ceglie (voce)- Wanda Modestini (musica) – Michelangela Cristaldi (danza)

Musiche di  Mario Modestini

Coreografia di Sergio Platania   Produzione Associazione culturale Centro Cultura Mediterranea

Al teatro Piscator di Catania

Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Giugno 2017 09:57
 
Appello per una Sinistra Alternativa alle elezioni regionali siciliane PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Domenica 18 Giugno 2017 06:31

 

Riceviamo e volentieri rilanciamo (condividendone la sostanza e l'allarme democratico)

 

Elezioni regionali siciliane


SINISTRA ALTERNATIVA

Promosso da attivisti/e sociali, militanti, operatori/rici culturali, associazionismo, forze politiche

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Ultimo aggiornamento Domenica 18 Giugno 2017 08:36
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Angelo PIZZUTO- Una città "di carattere" (Catania nei romanzi di Mimmo Trischitta) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Venerdì 16 Giugno 2017 08:25

 

Una pagina che ritenevo (telematicamente) perduta e che, grazie ad un caro amico, ho ritrovato... Il contributo, pubblicato su“inScena\Scénario” nell’autunno del 2008, torna d’attualità in occasione della messinscena di “Glam City” – romanzo di Mimmo Trischitta adattato per il teatro e   recensito  recentemente dal nostro giornale

 

Scaffale

 


UNA CITTA’ "DI  CARATTERE"

"Ma quali mafiusi...noi malandrini semu" (il fu don Arazio Privitera, oste alla "Piscaria" di Catania)

"Una raggiante Catania"

di Domenico Trischitta. Ed.Excelsior 1881. Pag.187. Euro 13,50

°°°°

Vi sono città dove immagino che nascere sia blando, altre in cui il lieto evento ha già uno scenario cruento. Non importa quando, in quale quartiere, in che fascia sociale. Ciascuna ha i suoi risvolti terribili, i suoi riti di iniziazione (alla vita) ad alto tasso di disumanità.

Non azzardo classificazioni di tipo sociologico. Mi limito a testimoniare, a ricordare.

Catania, purtroppo, è città di carattere, di pessimo carattere (come se, personalizzandola, chiedessi aiuto a Longanesi), il cui humus primigenio è quello della passionalità accecante, dell’appartenenza tribale, dell’affarismo pirata, del homo (sapientissimo) disponibile a farsi carnefice del suo vicino.

Sarebbe ozioso e fuorviante indagare sul per come e sul perché, sul donde e sul dove, sul cui prodest e su chi –in omertoso silenzio- ne subisce l’iniquità.

Catania è città cruenta. Dalla quale si può venir via o accomodarsi, accodarsi o ribellarsi. Raramente (tranne in qualche elegiaca “passeggiata” di Lucio Sciacca o nel “Diario siciliano” di Ercole Patti) soggiornarvi pacatamente o con vena e rimembranze romantiche. Catania non è città vivibile o invivibile: o ci sguazzi dentro, a crepapelle, sino alla fine dei (tuoi) giorni o te ne ustioni e ne trascini via le cicatrici ovunque ti capiterà di attendarti. Non a caso molti catanesi amano (come me) la vita zingaresca, o –potendoselo permettere- d’albergo.

Presumo che Domenico Trischitta sappia tutto ciò, per vie di raziocinio o per doni d’istinto. Presumo che sappia di vivere su una “polveriera” solare e stramazzata, allettante e marina: sotto un vulcano che la sovrasta determinandone umori e fandonie- gli stessi che bizzarri uomini di scienza eleggono a causa carsica, sulfurea, di madre natura (quanti vapori inesplosi defluiscono dai piccoli crateri sino alla piazza con l’Elefante…) di tanta labilità violenta, allegria fescennina che si stappa in disperazione, baldanze mascoline che rannicchiano poderosi putiferi di identità sessuale, ritualità del santo litigio d’ogni giorno (a lavoro, in famiglia, imbottigliato nel traffico) -privati del quale come si arriverà, imbufaliti e stremati, a tarda sera?

Domenico Trischitta, che già apprezzammo da drammaturgo e scrittore di racconti eleusini (per chi non conosce i riti, i silenzi, le intese monosillabe, o da singulto, della quotidianità cittadina: feroce verso chi  ne sconosce i codici espressivi); Trischitta, si diceva, ha scelto di vivere e di raccontare la “sua” Catania, dando ordine e progressione “sparsa” alle tappe di un’educazione (sentimentale, esistenziale, professionale) che non potrebbe prescindere, né mai lo vorrebbe, dal rapporto viscerale, quindi irrazionale, che lo lega alla città. Tra le cui pieghe, anfratti, tranelli sa muoversi con l’astuzia della faina ed il coraggio del giovane leone che capisce di potercela fare , di  dovere, dopo tutto, "restare in campo", sicuro che i “riconoscimenti” prima o poi arriveranno. Cos’è che riscatta e sublima tale certezza e scelta di campo, dal punto di vista squisitamente letterario? La capacità, io credo, di elaborare un dispiegamento di stile del tutto personale ed accattivante, moderno ma non tracotante, mimetico (rispetto all’ambiente prediletto) ma capace di svestizioni velocissime, incandescenti, di notevole capacità spiazzante.

Come quando l’almanaccare “i giorni a Calòria” (la citazione è personale e del tutto brancatiana) si nutre di aneddoti, rilevazioni, primi piani o panoramiche distaccati e anaffettivi, come fossimo in un film di Wenders; o la sua prosa “consustanziale” eppur eccentrica, stralunata deambula, come in una sorta di giovanile “Satyricon”, senza furori e nostalgie, sentimenti acerrimi o dolori da Werther. Invertendo letteralmente a U la linearità della descrizione, della cronaca in diretta  come frattura di nesso e consequenzialità all’interno di una reminiscenza che si fa indice di una nevrosi “fredda”, stranita, attardata per vicoli e rioni (“Fissai per un attimo la statua di Bellini, in piazza Stesicoro….bevvi un seltz al limone. Poi mi stancai”-si legge già nella quarta di copertina, a scanso di smentite).

Dotato di prosa sincopata, acuminata, jazzistica- mai disturbata da accenti polemici, pacificata ma sempre in guardia verso il “recinto” urbano- Trischitta scrive come nel dormiveglia d’un combattente, assopito ma da un occhio solo. E racconta con destrezza la banalità e irripetibilità, per ciascuno, degli accadimenti della vita: l’infanzia, la scuola, gli amici, gli amori, le delusioni, il teatrino di comitiva, il viaggio a Stoccarda, il sacco di San Berillo, il lavoro ingrato. Citando nomi e toponimi, circostanze e percorsi, forse alla ricerca di un “redde rationem” che non a caso accadrà durante, in sottofinale, le feste errabonde della patrona Sant’Agata, disperso alla folla dei devoti e docilmente raccolto (mi viene in mente il prof. Unrat dell’”Angelo azzurro” ed Heinrich Mann) nelle aule deserte del liceo dove gli capitò (anche) di studiare.

E dell’idea che non si nasce impunemente in certe città (penso a Napoli, a Chicago, a Bangkok…), della impossibilità di catalogarle a furia di aggettivi e appellativi anche ingiusti (ogni luogo di per sé è neutro, se non fosse per chi lo abita, per le micro-storie di una memoria genetica), Trischitta adopera molto bene il piano-sequenza del sarcasmo soffuso, della comicità o del paradosso involontari. Optando per quel “raggiante” che sta solo nella testa concittadina, a suo modo geniale, di Carmen Consoli, e che è tutto un programma di renitenza al soggiorno (quand’esso, col passare del tempo, diverrà obbligato? Non sia mai).

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Giugno 2017 12:39
 
L. TEMPESTINI e S. CERVINI - I tredici volti di Cate. "Manifesto" di J. Rosefeldt, con C. Blanchett PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Sabato 17 Giugno 2017 22:27

 

Punto di (s)vista

 


I TREDICI VOLTI DI CATE

 


 

“MANIFESTO” DI JULIAN ROSEFELDT, CON CATE BLANCHETT

In anteprima al Cinema La Compagnia di Firenze (16 giugno)


°°°°


Considerata la complessità del progetto da cui trae origine “Manifesto”, opera che segna un modo diverso di fare cinema e che sarebbe riduttivo, addirittura offensivo, definire “film”,  si rimane stupiti dalla grazia – a tratti, dal divertimento – che riescono a raggiungere e comunicare Julian Rosefeldt e Cate Blanchett (coautrice a tutti gli effetti, visto che senza la potenza della sua arte, l’impeto shakespeariano, la sottigliezza di indagine che dispiega nel dare forma ai vari caratteri, l’esperimento probabilmente sarebbe fallito).

Non c’è traccia di psicologismo nelle sue interpretazioni; Cate Blanchett letteralmente diventa una situazione, un sillogismo ellittico, un topos capace di rappresentare in pochi minuti una tipologia artistica, sociale, umana. E’, credo, l’unica attrice epica del nostro tempo. Epica e spietata nel sezionare le parole d’ordine degli innumerevoli manifesti artistici che si sono avvicendati nel Novecento, come nel mostrare con asciuttezza (talvolta con un controllatissimo dolore) la deriva atona che hanno progressivamente subito dignità e identità umane negli ultimi decenni.

Manifesto nasce nel 2015 in Australia come videoinstallazione composta da 13 piccoli film proiettati su altrettanti schermi, e successivamente esposta, tra il 2016 e il 2017, all’Hamburger Bahnhof Museum fur Gegenwart di Berlino e al Park Avenue Armony di New York. Grazie a Cate Blanchett l’idea di Rosefeldt ha assunto una compiutezza definitiva, diventando un film che, dopo il successo clamoroso della “prima” al Sundance Festival di quest’anno, sarà distribuito in Italia il prossimo autunno per I Wonder Pictures.

Rosefeldt sceglie spesso lente panoramiche dall’alto e riprese frontali. Nel primo caso per mostrare con maggiore efficacia la desolazione e la dismissione di intere aree periferiche delle città (in particolare Berlino), per farci sentire parte di quell’abbandono irredimibile, dell’incuria post-capitalista il cui vivissimo cadavere putrefacendosi contamina il globo intero. Dopo aver millantato per due secoli il potere di cambiare le sorti del mondo e delle comunità che lo abitano, dopo aver magnificato il feticcio del progresso e, partendo dalla Rivoluzione Industriale, nutrito il proprio organismo vorace e ipertrofico con la morte per lavoro e denutrizione di donne e bambini, dopo aver distrutto vaste zone di territorio con fabbriche inquinanti e quartieri dormitorio giustificando tutto con l’espansione del benessere di  massa, se n’è andato. Semplicemente il Capitale se n’è andato, avendo scoperto che le speculazioni finanziarie sono immensamente più proficue della costruzione di oggetti. Si è smaterializzato, portando alla proliferazione degenerativa, entropica, tutto ciò che aveva edificato, e il materiale umano che a questo fine era stato illuso e reclutato.

Nel secondo caso, per lasciare C. Blanchett libera di sviluppare la sua caustica notomia mimetica. Risulta impressionante e indimenticabile il suo burbero, pencolante homeless, piagato e barbuto, mentre si aggira provocatorio e trasognato fra le rovine della modernità. Inveisce rauco contro borghesi e meschini, ruggendo in un megafono il Manifesto bianco di Lucio Fontana.



Ugualmente straordinaria l’operaia catatonica, talmente estranea a sé da non curarsi neppure dell’igiene personale, che vaga sciatta e ciecamente vorace in una cucina caotica e invasa da avanzi, si presume maleodoranti, d’ogni natura, forma e colore. Muove ogni giorno l’artiglio d’acciaio di una gru che sposta giganteschi ammassi di immondizia esalanti polveri e vapori venefici, mentre la voce fuori campo assembla i proclami di luminosa isteria edificatrice degli architetti à la page.

Proprio la futilità e rigidità del postulato teorico-estetico, animato spesso da ribellismo fine a se stesso, sul quale si basano quasi tutti i movimenti artistici del Novecento, è il bersaglio dei quadri più implacabilmente sulfurei di Manifesto. La parola nothing e l’invettiva contro ciò che formava il mondo di prima sono i  cardini sui quali ruotano sistemi teorici anche molto complessi, di frequente sprezzanti, sempre aggressivi e competitivi. Bisogna bruciare, azzerare, distruggere, polverizzare, oppure bamboleggiare rivolgendo all’arte una preghiera affinché sia colorata e insignificante. Invocare una forma di danza che contrasti la frivolezza e nello stesso tempo ideare un balletto che della ridicola futilità è l’apoteosi. Dileggiare il Passato e insieme teorizzare l’assenza di Futuro (il No-Future dei punk), celebrare il funerale dadaista alla ragione e alla logica (irresistibile la vedova in gramaglie della Blanchett).



Geniale e articolata la disamina dell’arte concettuale tutta giocata sopra le righe, fra comunicazione di massa e iperfinzione televisiva. In questo episodio la volitiva e laccatissima conduttrice di un network intervista (sull’arte concettuale, appunto) un’inviata esterna, che è il suo doppio o la sua proiezione (vista l’infinita riproducibilità di un’immagine). La Cate che parla fuori studio, irrorata da una pioggia battente creata con espedienti tecnologici per aumentare l’effetto di coinvolgimento del pubblico, enumera alla Cate in studio le minute ramificazioni dell’arte concettuale. La conduttrice appare colpita soprattutto dalla mini-arte: si tratterà di opere molto piccole o di autori bassi di statura? Si chiede autoritaria rivolgendosi all’obiettivo.

Il quadro più inquietante è forse quello in cui una Maestra elementare sottilmente minacciosa spiega a una classe di piccini assai perplessi il Dogma di Von Trier. La fissità assertiva, inflessibile, apodittica dello sguardo ci fa scivolare sotto la pelle un senso di pericolo incombente. Pur animati dalle migliori intenzioni (di cui è lastricata la via dell’Inferno) e tendenti a enucleare la Verità nascosta nelle Cose – non pensavamo ce ne fosse soltanto una –, i dogmi, con le norme rigide e tiranniche che li accompagnano, dovrebbero sempre metterci in allarme.

L’unica nicchia di resistenza sembrano i sogni, visto che esistenza e morte sono due soluzioni immaginarie. La vera rivoluzione potrebbe davvero essere conciliare il sogno con il mondo diurno, in una surrealtà che ci faccia intravedere il lato nascosto di ciò che appare.

E l’arte, in fondo, la sua essenza e il suo scopo, dopo tante parole, viene meglio rappresentata da alcune vecchiette che fanno gioiosamente esplodere dei fuochi d’artificio in un prato suburbano spelacchiato.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Giugno 2017 07:29
 
Agata MOTTA - Saggistica breve. Le storie che ti vengono incontro ("Appunti per un naufragio" di D. Enia) PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Administrator   
Mercoledì 14 Giugno 2017 18:55

 

Saggistica breve

 


LE STORIE CHE TI VENGONO INCONTRO


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Davide Enia a “Una marina di libri”

°°°°

Sì, è vero, Davide Enia nel suo ultimo romanzo Appunti per un naufragio, edito da Sellerio e giunto in libreria lo scorso maggio, ci propone ancora storie di migranti e di sbarchi dopo la sbornia di spettacoli teatrali, seminari, romanzi e documentari sul tema. Sì, è vero, più si parla di qualcosa più l’argomento diventa trito e familiare e si corre il rischio di assuefazione. Sì, è vero, per dar forma e luce e concretezza a certi eventi mancano le parole: esse sguisciano via perché inadatte, talvolta vergognose oppure stanche e usurate. E allora bisogna lavorare di fino per far sì che certe immagini tradotte da parole apparentemente insufficienti rimangano impresse nelle mente come fotogrammi, come moniti, come promesse. E bisogna avere talento perché questo accada, quel talento che, senza mai tradire le aspettative, possiede Davide Enia, al quale niente è impossibile perché lui i miracoli con le parole è  sempre stato capace di compierli.

Questo romanzo, umilmente e giustamente definito “appunti”, non mira ad aggiungere informazioni a un quadro già abbastanza ampio e ricco o a fornire ulteriori dettagli che déstino compassione; l’ambizione sottesa è più alta, è la necessità di fornire e affinare strumenti utili ad affrontare la Storia, questa che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e che da decenni ormai non è più soltanto cronaca ma ha cominciato a farsi memoria. La compassione e la pietas sono naturalmente presenti, ma come attitudine, come prerequisito ineludibile in qualunque essere umano. Quella dell’autore, che ha di recente presentato il suo  romanzo a Una marina di libri, l’attesissimo appuntamento palermitano con la piccola e media editoria, non è la saggia acquisizione dello storico o l’urgenza del giornalista – sebbene a tratti si possano attribuire al suo lavoro caratteristiche di entrambe le categorie – la sua è un’esigenza tutta interiore, quasi intima, perché tra le storie dei migranti emerge prepotente e bellissima la propria storia personale, quella del quarantenne Davide che si confronta con i propri affetti reali, con il non detto e con i silenzi che sempre costellano le relazioni familiari, specie quelle più intense e vere.

Così abbiamo da una parte lo sguardo attonito sui salvataggi, con il loro carico di sgomento, fatica, rabbia, sudore, svenimenti, cadaveri galleggianti alla ricerca di un camposanto, gravidanze che sono per lo più il frutto di stupri sistematici e continuativi, dall’altra l’opera indefessa della Guardia Costiera con i recuperi mirabolanti e misericordiosi, l’azione dei volontari che porgono aiuto materiale, frasi di accoglienza, calore umano, e degli stessi isolani che offrono cibo e vestiario, che prendono atto della trasformazione del loro luogo d’appartenenza, prima solo eden turistico e adesso lembo estremo d’Italia con i riflettori puntati addosso a partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013, spartiacque tra un prima (comunque presente e drammatico) e un dopo trasformato in occasione di commemorazione.

Ma tra le pagine, indissolubilmente intrecciate a costituire un unico blocco narrativo, emergono il padre, cardiologo in pensione con l’hobby nascente della fotografia attraverso il quale continuare a posare uno sguardo diagnostico su oggetti e persone; lo zio Beppe, medico anche lui e pertanto terribilmente consapevole dell’avanzata di un linfoma che ne divora le carni ma non la voglia di lottare e Silvia, la paziente compagna che sa sorridere e porgere una carezza mentre solleva gli occhi da una poesia di Rilke, saldo approdo per l’autore che, grato, le dedica il romanzo. E poi, preziosi e levigati dagli anni trascorsi, svettano i ricordi d’infanzia, quelli più limpidi e puri: un padre che insegna a nuotare al proprio fiducioso bambino reprimendo l’impulso di sottrarlo alle bracciate frenetiche e alle sorsate di acqua salata; una zio che scivola tra i sassi dopo aver raccomandato ai piccoli di fare attenzione sul sentiero impervio o che impartisce perle di saggezza come quella relativa al “momento del polpo”, scaturita durante una mitica battuta di caccia alll’animale. Lo zio Beppe spiega al bambino deluso per non essere riuscito ad acchiappare il polpo a lui vicinissimo che “una storia, se vuole, ti viene incontro, e non c’è bisogno di trafiggerla o di scagliarcisi contro”.

Nulla di più illuminante per il bambino inconsapevole Davide che sarebbe diventato scrittore. E gli spiega anche, durante un’epica partita di calcio in cui i piedi goffi e impreparati dello zio castigano quelli generalmente portentosi del nipote, che si può perdere ma non per questo risultare meno uomini.

Chiunque abbia seguito e amato il percorso fertile e trasversale di Davide Enia, fatto di teatro, programmi radio, romanzi, non può non notare un’incrinatura, una ferita aperta, una sofferenza che, se trattenuta, avrebbe potuto implodere e devastare. Si era già notata la stessa crepa in Così in terra, ma qui appare più profonda, perché la realtà  guardata e raccontata rivendica una porzione maggiore di dolore, un pedaggio altissimo da pagare: lo scavo interiore nella propria vita in un momento critico incontra il recupero corale di tante altre storie che cominciano a scorrergli accanto, la commozione e la pietà per i propri morti si sostanziano della commozione e della pietà per altri morti che appartengono a tutti proprio perché non possono essere più restituiti a nessuno.

Così l’arte lo prende ancora per mano e gli indica saggiamente la strada, gli suggerisce di affidare, naufrago anch’egli tra i tanti, la propria frustrazione da testimone impotente alla potenza catartica della scrittura. E come sempre, la scintilla che scocca tra chi scrive e chi legge si accende e brucia e diventa fuoco: gli amici Paola e Melo, proprietari di un b&b e impegnati in prima persona nell’accoglienza, diventano i nostri amici, il tragico dilemma dell’enorme sommozzatore diventa il nostro dilemma, lo strazio del samurai, Comandante della Guardia Costiera che protegge col silenzio la propria famiglia, è lo stesso di quanti, dopo aver visto, non possono più dimenticare o imprimere una direzione “normale” alla propria vita. La sofferenza da stress post-traumatico non dà tregua, l’aver visto non consente la dolcezza dell’oblio. “Se hai davanti tre persone che stanno per annegare e cinque metri più avanti una madre giovanissima con un bambino in braccio, che fai? Verso chi ti dirigi? Puoi solo calcolare, è una questione matematica: tre vite sono più di due”. Questa la scelta lancinante del sub, anzi le scelte, perché situazioni di questo genere sono all’ordine del giorno. E nessuno vorrebbe trovarsi nei suoi panni.

E allora eccoci al punto iniziale. Si possono leggere statistiche e dossier, si possono vedere quintali di documentari, ma esserci è cosa diversa, esserci comporta l’obbligo di dare un senso nuovo alla propria esistenza, esserci significa semplicemente scegliere tra due reatà confinanti: la vita o la morte. Ogni questione o ogni polemica sui numeri biblici di questi esodi, sulla difficoltà di accogliere dignitosamente chi fugge, sulla possibilità reale di un’integrazione lavorativa si riducono a questo, la scelta tra concedere la vita – e quindi salvare, accogliere, accettare – o girare le spalle ad una morte che riguarda loro, gli altri, quelli dei barconi. “In un universo in cui tutto è sempre stato in movimento, dalle zolle continentali ai pianeti, si possono fermare gli essere umani?” chiede Enia al suo numeroso e attentissimo pubblico, e continua con il mito di Europa, la ragazza fenicia fuggita sul dorso di un toro bianco, un mito che è la nostra origine. “Siamo figli di una traversata in barca” conclude.

Ci sono amarezza, stupore e rabbia in questo romanzo di Enia, tante da spegnergli sul nascere la sorniona ironia che gli avevamo conosciuto negli anni in cui da ragazzo-prodigio sbancava ai botteghini, ma c’è anche la bellezza degli affetti sussurati e riconquistati, del pianto trattenuto a stento, di “parole che aprono spiragli sull’abisso”, di un obbligo morale che si spera possa scuotere l’abitudine al dolore che ormai accomuna buoni e cattivi, indignati e indifferenti.

E allora ci piace scegliere tra le proposte etimologiche suggerite dallo stesso autore per Lampedusa - l’isola che poggia sulla piattaforma africana ma che è Sicilia sotto il profilo amministrativo e culturale – e illuderci che il significato non sia lepas, lo scoglio eroso dalla furia degli elementi che scortica, quanto piuttosto lampas, la fiaccola che risplende nel buio, la luce che sconfigge lo scuro. Lo scuro delle partenze, dei distacchi, degli abbandoni, della morte.

Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Giugno 2017 19:12
 
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Redazione affari sociali

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